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  • Cannes 2016 — Il GGG – Il Grande Gigante Gentile

    Diretto da Steven Spielberg

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Riapre la fabbrica dei sogni, torna al cinema la Meraviglia, Steven Spielberg porta al Festival di Cannes in anteprima mondiale il suo ultimo lavoro, “Il GGG – Il Grande Gigante Gentile”, produzione Disney tratta dal romanzo omonimo di Roald Dahl, l’autore per ragazzi più letto negli Usa (suoi anche “Charlie e la fabbrica di cioccolato” e “James e la pesca gigante”), qui da noi noto soltanto per le riduzioni cinematografiche delle sue opere. Una storia sulla carta perfettamente nelle corde del regista di Cincinnati, e la visione non fa che confermare quanto il trailer rilasciato da qualche tempo aveva fatto intuire. Spielberg torna a regalare un episodio alla sua filmografia “fantastica” a cinque anni da “Tin Tin” e, ancora una volta, indovina la cosa più importante di tutte per una produzione di questo genere, l’attrice protagonista: la piccola Ruby Barnhill è di una bravura soprannaturale, ed è uno dei motivi per cui il film andrebbe guardato in lingua originale. L’altro è la lingua particolare parlata dal GGG, di cui temiamo una localizzazione in lingua italiana non all’altezza per l’estrema difficoltà e l’intraducibilità delle parole storpiate con cui si esprime. Qui ci si è già provato nella sinossi a seguire, non sparate sul pianista se non vi soddisfa il risultato, a me non hanno dato né tempo né denaro.

Il Grande Gigante Gentile (Mark Rylance), molto diverso dagli altri abitanti del Paese dei Giganti che, come San-Guinario e Inghiotticicciaviva, si nutrono di esseri umani, preferibilmente bambini. E così una notte il GGG – che è vegetariano e si ciba soltanto di Cetrionzoli e Sciroppio – rapisce Sophie (Ruby Barnhill), una bambina che vive a Londra e la porta nella sua caverna. Inizialmente spaventata dal misterioso gigante, Sophie ben presto si rende conto che il GGG è in realtà dolce, amichevole e può insegnarle cose meravigliose. Il GGG porta infatti Sophie nel Paese dei Sogni, dove cattura i sogni che manda di notte ai bambini e le spiega tutto sulla magia e il mistero dei sogni. L’affetto e la complicità tra i due cresce rapidamente, e quando gli altri giganti sono pronti a nuova strage, il GGG e Sophie decidono di avvisare nientemeno che … Penelope Wilton, in un ruolo che non vi anticipo ma, se siete spettatori di Downton Abbey, non faticherete ad intuire.

Ci sono (poche) occasioni in cui mi piacerebbe essere già padre o quantomeno zio:  riuscire a portare al cinema la mia prole a vedere questo film è una di quelle occasioni. Spielberg ci cala immediatamente nei panni di Sophie, ci fa guardare il mondo e il film dai suoi occhi, e noi siamo lì, come lei, in balìa delle immagini e degli eventi, ammirati e spesso a bocca spalancata. Il GGG preleva Sophie dall’orfanotrofio in cui vive, e perde presto la sua aura minacciosa (ok, forse TROPPO presto, qui non si perde del tempo a introdurre, cinque minuti e siamo già nel Paese dei Giganti) per rivelarsi l’emarginato tra i suoi, il debole, il piccolo: potete già capire la splendida metafora nemmeno troppo nascosta.

Ve lo anticipo subito, questa volta le accuse verso Spielberg non parleranno di retorica, ma di militarismo. Il fatto che i soldati “buoni” mostrati nel film non portino divise militari, non sparino un colpo e che, alla fine, si rivelino rappresentazione di ben altro non servirà ad ammansire i detrattori, sempre col fucile puntato, loro sì armati, ma di astio e fiele. Qualche dubbio sul finale, cambiato rispetto al libro e di cui ovviamente non vi dico nulla, ma che serve proprio a giustificare la spettacolare scena di cattura dei giganti “cattivi”. Bellissimo il “Mondo dei Sogni”, con qualche ideuzza presa qua e là da “Inside Out”, francamente deludente il Paese dei Giganti. Ma Spielberg è un mago anche in questo: quando si accorge che lo stupore tende a scemare, un primo piano degli occhioni sgranati di Sophie, il controcampo, e tutto viene messo a posto.

I conoscitori della filmografia di Spielberg (ma c’è davvero qualcuno che non lo è?) si divertiranno a riconoscere situazioni tipiche del suo cinema. La finestra della camerata di Sophie è la stessa della camera dei bambini di “Hook”, ha la stessa funzione e le raccomandazioni degli adulti di tenersi alla larga sono le medesime, anzi qui viene ampliata a dismisura la sua importanza, e la situazione ritornerà di nuovo nella scena più bizzarra. C’è una macchina sospesa nel vuoto come nella saga di “Jurassic Park”, c’è un funambolico e rocambolesco inseguimento con inquadrature identiche alla fuga sui carrelli da minatore di “Indiana Jones e il tempio maledetto”, c’è perfino il ritorno all’umorismo demenziale di “1941” e tante altre cose più nascoste che vi lascio il piacere di scovare.

La protagonista è una feconda unione delle due eroine più celebri della letteratura per ragazzi britannica e americana; di Dorothy de “Il mago di Oz’ ha l’iniziale ansia di tornare a casa, i giganti cattivi temono l’acqua come la strega dell’Ovest e in un passaggio John Williams (perfetto ancora una volta e ormai simbiotico con Spielberg) accenna il celebre tema delle “scimmie volanti”: dell’Alice di Carroll (ma qui si parla di cinema, quindi di Disney) ha il coraggio e l’impertinenza, ci sono i giochi linguistici e una scena in un celebre giardino vi ricorderà … e qui bisogna fermarsi.

Pochi cineasti al mondo riescono a farmi sorridere, commuovere e stupire nello spazio di pochi minuti come il grande Steven. Per quegli adulti che non ci riescono più, che scambiano gli ideali con la retorica, e i valori universali con il buonismo, provo soltanto un po’ di pena e tanta tristezza. Sono diventati come Robin Williams in “Hook”, hanno dimenticato come si vola.

 

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