Home > Recensioni > Cannes 2016 — The Neon Demon

Nicolas Winding Refn è un masochista. O un incosciente. O un provocatore solipsistico completamente disperso nel suo ego, lontanissimo dall’accidentato sentiero che conduce all’uscita. Ormai si può dire ufficialmente, i peana piovutigli sul capo da ogni parte del mondo ai tempi di “Drive” gli hanno dato alla testa, l’hanno convinto di potersi permettere di tutto, che il “suo” pubblico l’avrebbe seguito ormai dovunque. Chi vi parla ha adorato il suo film precedente, il controverso “Solo Dio perdona”, molto più di “Drive”. Era un coraggioso (e ostico) apologo morale sul senso di colpa, sulla giustizia, sul retaggio familiare dal quale è impossibile liberarsi, con un eroe taciturno preso di peso da uno “spaghetti western” nostrano, non di Leone magari, ma di Corbucci o Tonino Valerii. Perchè Refn ama il nostro cinema di serie B e C, annovera tra i suoi guilty pleasures “Brillantina Rock” di Michele Massimo Tarantini, mentre con il Tarantino al singolare condivide magari qualche passione, ma non possiede la sua capacità di scrittura cinematografica, il suo senso dell’umorismo e la sua capacità di comprendere appieno l’universo femminile. Ed ecco qui il gigantesco problema di “The Neon Demon”, in Concorso a Cannes 2016, un film al femminile realizzato da un autore che sembra conoscere pochissimo le donne.

La storia segue le vicende di una modella (Elle Fanning) che si trasferisce a Los Angeles, dove la sua giovinezza e vitalità verranno divorate da un gruppo di donne che, ossessionate dalla bellezza, faranno di tutto per sottrarle tutto ciò che ha, in un mondo pericoloso di superficialità, potere e violenza in cui bellezza e giovinezza sono merci preziose quanto letali.

Iniziamo dalle citazioni e dai riferimenti cinematografici, che sono tanti: “Il bacio della pantera” di Jacques Tourneur, “Black Swan” di Darren Aronofsky, “Spasmo” di Umberto Lenzi, suggestioni da Kenneth Anger e perfino da Andrzej Zulawski. Il comparto visivo è fenomenale: oltre alla geometrica regia di Refn, va segnalata la fotografia di Natasha Braier, che orchestra una sinfonia al neon con tonalità dominanti di rosso e blu, totalmente artificiali e “aliene”, a scolpire e definire un mondo impalpabile, distante, inumano. Le musiche di Cliff Martinez, invece, sono semplicemente il disco che probabilmente ascolterò a ripetizione nei prossimi mesi. Una confezione lussureggiante quindi, curata, ipnotica, che conduce il “cool” cinematografico verso nuovi traguardi, che alza a dismisura le aspettative, in una prima parte seducente quanto la protagonista Elle Fanning, che ci attacca alla poltrona, che ci fa attendere qualcosa che non arriverà mai.

Refn dispiega senza controllo metafore rozze, banali, immediatamente decrittabili anche dallo spettatore meno scafato. Il mondo della moda è composto da bestie feroci pronte ad azzannare chi raggiunge il successo? Ecco la bestia feroce. Le esangui modelle piene di invidia e livore divorerebbero senza pietà le rivali per la partecipazione ad una sfilata? Ecco i vampiri, che non sono poi così vampiri, che sono anche un po’ necrofili, un po’ cannibali. Tutto e niente, come l’intero film.

Cosa rimane? Una sfilata di bellissime attrici/modelle prive di personalità ed umanità (Christina Hendricks, Jena Malone, Abbey Lee, Bella Heathcote), un Keanu Reeves burbero e volgare padrone di motel, photo set ritagliati dal bianco, party lunari dove lampi stroboscopici fanno solo intuire forme e silhouette, e soprattutto lei, Elle, sperduta in un mondo terrificante, sperduta in un film che la vuole bella, candida, eterea e poi, improvvisamente, torbida e sensuale. L’idea di Refn era semplice come le sue metafore, un film sul mondo della moda, sul mondo più superficiale e privo di contenuto che possa esistere, realizzato con uno stile adeguato alla materia, luccicante, fascinoso e completamente vuoto. Senza quelle goffe svolte inutilmente truculente e francamente ridicole, probabilmente, l’avremmo adorato. Non è un horror, non è un giallo, non è un dramma. È un film che vive all’interno dello specchio, come le sue protagoniste, in una delle tante buone idee di messe in scena perse per strada, lasciate lì a morire in una piscina vuota, mentre il sangue riempie lo schermo, sangue di vergine, sangue mestruale, sangue finto per la messa in scena, sangue provocato da un taglio proprio con un frammento di quello specchio devastato, in un impeto di rabbia dove si cerca di passargli, inutilmente, “attraverso”, come Alice.

Io vi consiglio comunque di correre in sala tra qualche settimana, credo che quanto detto possa avervi incuriosito almeno un po’. Vedrete comunque splendide attrici, abiti magnifici, la notte losangelina squarciata dal neon, e tante singole sequenze ipnotiche e mesmerizzanti. Lascia stare la scrittura caro Nicolas, non commettere l’errore del tuo idolo Dario Argento, metti il tuo talento visivo al servizio di copioni scritti da bravi scenaggiatori, e la tua carriera tornerà a splendere. Non perdona solo Dio (che non esiste come la sceneggiatura di questo film), possiamo perdonarti anche noi. Io ti ho già perdonato, e la voglia di rivedere il tuo film è già più forte che mai.

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