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Cannes 2016 — Un commento ai premi

Premi contestati e divisivi al Festival di Cannes 2016, ma era inevitabile in un’annata in cui i film in Concorso hanno avuto giudizi molto contrastanti dalla stampa internazionale.

La Giuria presieduta da George Miller ha fatto scelte poco pronosticabili, e infatti, se andate a rileggere i miei pronostici di qualche ora fa, avevo indovinato tutti i film premiati ma non li ho posizionati nelle giuste caselle. La conservazione e l’innovazione, il cinema europeo e quello asiatico, mentre la débacle stunitense viene parzialmente attutita dall’ottimo film di Andrea Arnold, che comunque è britannica.

E cominciamo proprio dal Premio alla Giuria andato ad American Honey“, un film che ho difeso fin dal primo giorno, coraggioso, che osa senza timori  e senza paura di sbracare con una durata corposa, e che comunque è il risultato del rimaneggiamento di centinaia di ore di girato. Un film non firmato, con la regista che lo intesta al cast e ai collaboratori, a sottolineare il lavoro collettivo, faticoso, un film cercato sul set giorno dopo giorno. Magari anche involontariamente (ma non vuol dir nulla), uno spaccato preciso e feroce della quotidianità statunitense, incredibilmente compatto pur nella sua disegualità. Dopo l’ignorato Jarmusch, il mio film preferito della competizione.

Capitolo attori: mancava il grande ruolo maschile, e quindi ben venga il premio a Shahab Hosseini, attore protagonista per The Salesman, prestazione misurata, intensa, in un difficilissimo ruolo di intellettuale progressista alle prese con il senso dell’onore del maschio oltraggiato, con un retaggio che credeva di aver oltrepassato ma che basta un evento nefasto a risvegliare.

La grande sorpresa viene dall’attrice protagonista: tantissime rivali, e a vincere è una piccola donna proveniente dalle Filippine con trent’anni di onorata carriera alle spalle, Jaclyn Jose. In Ma’ Rosa di Brillante Mendoza porta a spasso la macchina da presa attaccata al suo corpaccione tondo, impegnata prima in gesti quotidiani, poi sempre più avviluppata in un turbine di soprusi, tradimenti e ricatti. Per una consistente parte del film, stranamente, viene accantonata e messa in secondo piano, e tutta l’operazione perde di forza. Vince, secondo me, per un intensissimo primo piano nel finale, significante e straziante, che sarà rimasto scolpito nella mente dei giurati, specie i tanti attori presenti. Vogliamo malignare un pochino, ma proprio il minimo indispensabile? La sfilata di star in giuria premia un’antistar, quasi a rimarcare il proprio status, che riesce a riconoscere la bravura altrui solo prendendola agli antipodi.

Il premio alla sceneggiatura ad Asghar Farhadi non è uno scandalo, lo script è raffinato e compatto, metatestuale e pieno d’incastri e rimandi, ma noi avremmo pescato in Romania, per dirla ancora più precisa l’avremmo consegnato a Cristi Puiu per il suo Sieranevada. Nelle mie preferenze avevo indicato Cristian Mungiu, che però è stato ampiamente ripagato dal premio per la miglior regia, ex aequo con Olivier Assayas per Personal Shopper. È questo premio quello più indovinato a mio parere. Un film compatto e inattacabile Bacalaureat, l’esatto contrario per il film di Assayas, che osa, dilata le scene, si affida completamente alla sua attrice protagonista e ne viene ripagato. Il film ha ricevuto critiche contrastanti, ma è uno di quelli più teorici e interessanti e cresce di giorno in giorno. Bravi entrambi, dunque.

Immeritati i due premi maggiori, per motivi profondamente diversi. Non è giusto premiare Xavier Dolan ogni volta che prende in mano la macchina da presa. Stavolta il suo era un film minore, con momenti deliziosi e altri squilibrati, e gli avrebbe fatto bene saltare un giro. È sempre pericoloso il consenso assoluto attorno ad un artista, e speriamo che il giovane Xavier, indubbiamente tra i più talentuosi al mondo, sappia gestirlo senza adagiarvisi sopra. Gran Premio al suo Juste la fin du mond” dunque, dopo il semplice Premio di due anni fa per “Mommy” e la presenza in Giuria l’anno scorso. Un fedelissimo.

Palma d’Oro, seconda della sua carriera, a Ken Loach con I, Daniel Blake, il suo solito cinema proletario, intimista, toccante. Una Palma alla carriera, ma anche (come lo scorso anno) una Palma politica. Loach racconta la disumanità del mercato del lavoro contemporaneo, ribadendo fin dal titolo la centralità del singolo individuo, dell’atomo fondamentale perchè concorre a comporre il tutto unico di una società funzionante. Il finale è pessimistico per il singolo, il cui sacrificio però può servire a rinsaldare la comunità. Non è giusto che il Festival usi il palmarès per lanciare messaggi politici, forse, ma il mondo vedrà questa Palma, si fermerà a riflettere, il cinema potrà servire a qualcosa.

È un momento difficile, possiamo affidarci anche a Ken per uscirne. Il cinefilo forse non è molto contento questa sera, l’essere umano e politico non sta più nella pelle e vorrebbe correre ad abbracciare Ken (e forse ci proverà).

Da Cannes anche quest’anno è tutto, l’appuntamento è tra dodici mesi.

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