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  • Cannes 2017 — 120 Battements par Minute

    Diretto da Robin Campillo

    Data di uscita: 05-10-2017

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Lo spazio nel Concorso ufficiale dedicato al film con la tematica sociale “importante” a Cannes 2017 è occupato da “120 Battements par Minute” del montatore e sceneggiatore francese (qui alle terza regia di lungometraggio) Robin Campillo, abituale collaboratore di Laurent Cantet. Bisogna notare, innanzitutto, una strana particolarità spesso rilevata: quando dei professionisti della Settima Arte nei più disparati ambiti passano alla regia, spesso i film sono carenti proprio nel comparto di cui solitamente si occupano. Tantissimi gli esempi di film diretti da attori con loro colleghi male impiegati, clamoroso il caso degli scenaggiatori (pensiamo a “Tutti gli uomini del re” di Steven Zaillian o “Mortdecai” di David Koepp, scritti malissimo), qui abbiamo un film diretto da un montatore bisognoso di più di una sforbiciata, che ha nell’eccessiva lunghezza e nella reiterazione insistita ed anche un po’estenuante dei concetti il suo problema principale.

Tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta, mentre l’AIDS miete vittime da quasi dieci anni, gli attivisti di Act Up-Paris moltiplicano le azioni contro l’indifferenza generale. Nathan (Arnaud Valois), il nuovo arrivato nel gruppo, rimane sconvolto dalla radicalità di Sean (Nahuel Pérez Biscayart).

Seppur non esaltante né tantomeno innovativo nella messa in scena e nello stile narrativo, il film di Campillo ha indubbiamente tante frecce al proprio arco, a cominciare da una scelta di cast azzeccatissima per i ruoli principali, facce non nuovissime, specie per il pubblico francese, ma sapientemente selezionate. Lo schema riunioni per pianificare azioni dimostrative/azioni/vita di contorno è reiterato e (quasi) sempre uguale, ma la ripetitività non scade mai nella noia, proprio per i sentimenti vibranti che indubbiamente bucano lo schermo e arrivano diretti come un pugno in faccia allo spettatore. Un argomento un po’ messo sotto il tappeto che speriamo un buon successo in sala contribuisca a far tornare nel dibattito mediatico (ma in maniera più seria e meditata della questione vaccini, a pensarci meglio forse è bene che nel dibattito non ci torni, i negazionisti sono in agguato ovunque), che ci fa tornare a quei tumultuosi giorni dove lo spazio e la libertà andavano conquistati rischiando le manganellate e lo sdegno dei benpensanti, quando gli attivisti gay erano assediati e dovevano erigere fortini dai quali urlare le proprie rivendicazioni, come appunto la realmente esistita Act Up.

Tornando a parlare di linguaggio cinematografico, Campillo indovina più di una scena: il virus che si diffonde come granelli polverosi, due racconti di un passato doloroso enunciati in penombra, una masturbazione in ospedale di dolente e furiosa amorevolezza, una morte raccontata con pudore e zero enfasi, senza commento musicale, l’antiretorica cinematografica migliore, quella che non rinuncia al cuore pur senza scadere mai nel pietismo. Una sequenza, quest’ultima, che potrà davvero educare una nuova generazione di spettatori a ricercare la scaturigine delle emozioni nel proprio intimo e nell’empatia instauratasi con i personaggi durante la visione, senza musiche e lacrime ricattatorie da sottogenere “dramma col malato” standardizzato e sterile.

Un film che funziona, insomma, ma che al contempo usa un linguaggio sperimentato e tradizionale, che non farà la storia ma che fa parte di quella categoria di cinema d’autore per tutti i palati spesso premiata nei Festival, che spesso conferiscono il massimo premio non all’opera più coraggiosa ma a quella più di compromesso, che accontenta tutti. E quindi non ci sorprenderemmo per nulla se “120 battements par minute”, vista anche la composizione della giuria e il suo Presidente Pedro Almodóvar, portasse a casa quest’anno la Palma d’Oro.

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“120 battiti al minuto”, Grand Prix al Festival di Cannes, arriva nelle sale italiane il 5 ottobre 2017 con Teodora Film.

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