Home > Recensioni > Cannes 2017 — Aus Dem Nichts (In the Fade)

E’ piaciuto tantissimo ed è stato accolto da ovazioni e lacrime, qui a Cannes 2017, l’ultimo lavoro del cineasta turco/tedesco Fatih Akin, abbonato alle partecipazioni festivaliere sui maggiori palcoscenici europei e insignito nel 2004 dell’Orso d’Oro a Berlino per “La sposa turca”. E’ di uno sposo turco, invece, che si parla in questo “In the Fade”, dramma che richiama emozioni facili usando la materia più incandescente che si possa trattare al momento, quella delle bombe terroristiche, però invertendo la prassi ideologica, e facendo di un agnostico di famiglia musulmana la vittima del sanguinoso attentato al centro della vicenda. Non posso naturalmente dirvi nulla sulla risoluzione, destinata appunto a scatenare reazioni forti, ma se quella bordata di appalusi viene dalla pancia e non dal cuore (vedremo cosa succederà in sala) il film di Akin si pone più come un revival del revenge movie anni Settanta più retrivo, il filone dei Charles Bronson o del nostrano Franco Nero cittadino vessato che prende il fucile per intenderci, che come quel dramma intimista che flirta col processuale all’americana che avrebbe tanto voluto essere.

Germania. La vita di Katja (Diane Kruger) cambia improvvisamente quando il marito Nuri (Numan Acar) e il figlio Rocco muoiono a causa di un attentato. La donna cerca di reagire all’evento e trova in Danilo Fava, avvocato amico del marito, il professionista che la sostiene nel corso del processo che vede imputati due giovani coniugi facenti parte di un movimento neonazista. I tempi legali non coincidono però con l’urgenza di fare giustizia che ormai domina Katja.

Vi confesso di non essere un amante del cinema di Fatih Akin, ma questa volta siamo su livelli ancora più bassi del solito. Il film è diviso in tre atti netti, con cambiamenti di ambientazione, atmosfere e genere. La prima parte pone le premesse, narrative ed emotive: mentre Katja è in una sauna, l’agenzia di viaggi e maneggi vari del marito salta in aria subito dopo aver lasciato lì il figlio in custodia. Perchè questa scelta? Non vogliamo scandagliare troppo le motivazioni in questa sede, ma sembra quasi che il regista addossi alla madre un’assurda colpa, che le viene più volte rigettata in faccia anche dalla suocera. Lutto, despressione, droga e inizia la seconda parte, quella del processo, dove iniziano i problemi veri. La messa in scena dell’aula di tribunale e delle dinamiche dibattimentali si perde in schermaglie e insensate divisioni dello spazio scenico. Un esempio per tutti? Non ha senso che la parte lesa, per uscire dall’aula, passi accanto agli imputati, o che i neonazisti vengano tenuti in una sorta di gabbia (giustissimo ok, ma purtroppo non credo si possa fare) mentre fanno da semplici spettatori al processo. Sulla terza parte non possiamo dire nulla, ma è quella che pone i problemi etici e “logistici” più rilevanti.

In definitiva un film ispirato e dolente che va pian piano perdendo mordente e forza filmica, che aprirà probabilmente un dibattito al momento dell’uscita, sempre se qualcuno andrà a vederlo. Un mezzo punto in più nella valutazione per la potente denuncia contro la pericolosissima internazionale neonazista, che si protegge e spalleggia da nazione a nazione.

 

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