Home > Recensioni > Cannes 2017 — Happy End

Non è certo con “Happy End” che si può entrare nel cinema di Michael Haneke, ma è con “Happy End” che si può rimanere incuriositi dai mille riferimenti “interni” alla sua filmografia e venire invogliati a scoprire tutto il suo grandissimo cinema precedente. La nuova opera, in Concorso a Cannes 2017, sarebbe un perfetto ultimo film, un compendio ad una carriera e ad un mondo cinematografico che ha segnato indelebilmente l’immaginario del cinema europeo degli ultimi decenni, e le due Palme d’Oro già in bacheca sono solo una delle prove di questo, di sicuro non le più rilevanti. L’unico limite di “Happy End” è proprio questo, la sue estrema autoreferenzialità, il suo dispiegare un puzzle di sequenze che hanno TUTTE un senso preciso e un posto nell’economia narrativa e simbolica di un elogio funebre mascherato, di un inno alla morte attraverso la negazione della stessa, individuale e di un’intera classe sociale, ma che necessita di riflessioni post visione, di “ossigenare”, di un fertile confronto e dibattito tra utenti che può scaturire solo dopo una visione collettiva. Non molti, purtroppo, in questi tempi di consumo veloce e sfrenato, sono disposti a concedere tutto questo ad un lungometraggio.

Una famiglia dell’alta borghesia a Calais. Il padre (Jean-Louis Trintignant)  è il fondatore di un’azienda che ora è guidata dalla figlia (Isabelle Huppert) e dal riottoso nipote. I due debbono risolvere il problema di un grave incidente che ha causato una vittima. Al contempo il fratello di lei (Mathieu Kassovitz), passato a seconde nozze, ha problemi con la figlia di primo letto (Fantine Harduin) che viene a vivere con lui dopo il ricovero della madre. Intorno a loro, un mondo borghese in apparente disfacimento …

L’ambientazione a Calais è l’ideale per far entrare il problema dei migranti nella narrazione, ma non è un film sull’emigrazione. Video con i cellulari e dementi youtubers sono una costante visiva, ma non è (solo) un film che riflette sulle nuove modalità di ripresa e intrattenimento. È un film che celebra il funerale morale di un intero mondo riaffermandone però allo stesso tempo l’immortalità, la pervicace resilienza che trascende le capacità di adattamento, e anzi cerca continuamente di rimodellare la realtà ai suoi rinnovati bisogni. Di quale mondo stiamo parlando? Ma di quello dell’alta borghesia naturalmente, dove patriarchi decrepiti confessano le loro nefandezze fuori tempo massimo, e figli baby boomers cercano di connettersi emotivamente alle generazioni successive, che invece percepiscono solo la connessione superficiale e digitale con tutto il resto del mondo, lanciando sberleffi anaffettivi verso la carne e il sangue che hanno intorno, ridotta a simulacro bidimensionale attraverso la ripresa video con il cellulare, che appiattisce e anestetizza.

Non ci si può e non ci si DEVE fidare di questa classe dirigente, pena, senza tanti giri di parole, la morte; che è lasciata fuori campo, perchè la morte della classe media non lascia traccia e non fa la storia, oppure esibita quando cala su una povera cavia in gabbia, strumento simbolico sacrificabile in nome della tenuta dell’assunto. Nell’indimenticabile sequenza finale, che noi vediamo ancora una volta attraverso lo schermo di un cellulare, la Huppert si volta e guarda (CI guarda) in macchina per un attimo: insieme a poche altre, l’immagine indimenticabile di questo Concorso 2017.

 

 

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