Home > Recensioni > Cannes 2017 — Jupiter’s Moon

Kornél Mundruczó è un cineasta capace di girare sequenze dove il virtuosismo registico e l’idea di messa in scena riescono a convivere in maniera feconda, e con “Jupiter’s Moon“, in concorso al Festival di Cannes 2017, questa comincia a diventare una sua caratteristica precipua, ma non riesce a portare mai il suo film in una direzione univoca e coerente, annacquando buone idee con una narrazione frammentata e diseguale.

Siamo tuttora convinti che la sua vittoria al Certain Regard 2014 con l’opera precedente “White God” sia dovuta alla potenza visiva della sequenza iniziale, una bambina in bicicletta inseguita al ralenty da una muta di cani inferociti, cani VERI: non dovrebbe bastare per trionfare in un Festival ma, in un’annata che annoverava le opere magnifiche di Lisandro Alonso (“Jauja”), Wim Wenders (“Il sale della terra”) e Mathieu Amalric (“La chambre blue”, da Simenon), è l’unica spiegazione che siamo riusciti a darci. Per i cultori del frammento, allora, questo “Jupiter’s Moon” porta impresse le stimmate del capolavoro. Quattro sequenze da ricordare, pezzi di bravura registica assoluta, inframezzate però da tanti momenti di puro riempitivo che riescono a compromettere (ma non ad annullare) la forza devastante dei suoi carrelli, dei piani sequenza, dell’originale chiave narrativa scelta per raccontare il dramma del nostro secolo, quello dell’immigrazione in Europa del popolo siriano in fuga da una guerra civile sanguinosa e interminabile.

Il giovane immigrato Aryan (Jéger Zsombor) viene ferito mentre attraversa illegalmente il confine ungherese. Terrorizzato e in stato di shock, capisce di aver acquisito il potere di levitare a comando. Costretto ad entrare in un campo di profughi, verrà notato dal dottor Stern (Merab Ninidze), un medico che vorrebbe cercare un modo per sfruttare il suo straordinario segreto.

Ci piace chi osa raccontare la tragica contemporaneità di eventi nefasti attraverso delle chiavi originali e inattese, cone la sceneggiatura di Kata Weber prova a fare. In punto di morte, dopo una sequenza d’apertura potente e spettacolare al contempo che riecheggia l’inizio de “Il figlio di Saul” di László Nemes (altro ungherese qui in Concorso due anni fa e di ben altro livello), Aryan scopre di essere ancora in vita e di poter levitare. Mundruczó mette la macchina da presa in asse con il suo attore protagonista e le fa compiere ogni sorta di evoluzione, con un effetto visivo semplicemente STREPITOSO (che si ripeterà altre volte nel corso del film, da ricordare la punizione di un neonazista ungherese che avrà la casa rivoltata, con una maglietta della Lazio appesa al muro!). Troveremo più avanti anche un bellissimo piano sequenza d’inseguimento automobilistico con la camera posizionata sul paraurti della macchina che insegue, e altri piccoli tocchi di classe che i cinefili veri non potranno non amare.

Questa folgorante idea di soggetto però, viene innervata da una narrazione sbalestrata, che procede per giustapposizione di scene spesso senza molto filo logico, con un finale inevitabilmente divisivo, che fa un po’ il verso a quello di “Birdman”. Per me, invece, il film chiude bene come aveva iniziato: un bambino, con gli occhi coperti, conta ad alta voce mentre tutto il resto della città ha gli occhi rivolti al cielo. Il suo “stiamo arrivando” non suona come una minaccia, ma come la presa d’atto di un movimento della Storia stessa, oltre che di un cospicuo numero di esseri umani, assolutamente inevitabile.

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