Home > In Evidenza > Cannes 2017 — Le redoutable

Correlati

Permettetemi di essere ideologico, per UNA volta, ogni tanto bisogna tracciare delle linee di demarcazione, bisogna rifiutare senz’appello operazioni cinematografiche insensate e squalificanti, oltre che irrispettose. E qui non ci si sta assolutamente trincerando su un divieto di desacralizzazione di un artista che non ha fatto altro che togliersi dal piedistallo su cui si cercava di confinarlo per tutta la sua carriera, ma si protesta contro la riduzione a pura superficie di un’intera epoca. Stiamo parlando di “Le redoutable”, il film in Concorso di Michel Hazanavicius su due anni cruciali nella vita di Jean-Luc Godard, quelli della storia d’amore con Anne Wiazemsky (autrice del libro da cui è tratta per sommi capi la sceneggiatura), protagonista de “La chinoise”, girato nel 1967. Non si tratta di un biopic classico, né di un film omaggio, ma di una sorta di tentativo di replicare l’estetica godardiana attraverso un’umanizzazione del personaggio, preso in tanti piccoli episodi di quotidianità “amorosa”, politica, militante, una serie di barzellette che magari fanno ridacchiare per i primi due minuti, poi stancano, infine indignano, a quando si arriva a questo punto sono passati solo dieci minuti dei 107 totali.

Vi cito il titolo di qualcuno dei sette capitoletti più un epilogo in cui è divisa l’opera: “Wolfgang Amadeus Godard”, “Mao c’est du chinois” (giochetto di parole Mao c’est/Mao Tze), “Avec Mao tout c’est plus beau” (con l’accento sulla o di Mao per fare la rima, “Con Mao tutto è più bello”), il tono è questo. Sequenze che si alternano in una successione non causale, i colori de “La chinoise” per l’appartamento, le scritte che interrompono le immagini, l’immagine virata in negativo in un momento negativo, il leit motiv degli occhiali che si rompono, tutto preso e rilanciato sullo schermo a comporre uno zibaldone dove un regista con gli occhiali conciona senza posa, si perplime, si strugge, protesta, come in un malriuscito tentativo di recitazione straniata che non rimanda a null’altro che all’immagine in se stessa, filtrata da un occhio registico che vorrebbe fare sintesi “pop” di qualcosa che non ha capito.

Gli attori paradossalmente, ma nemmeno troppo, sono molto bravi: Louis Garrel ce la mette davvero tutta per eccellere in un ruolo che deve aver sognato fin dall’infanzia, quando papà Philippe gli raccontava dei bei tempi che furono;  Stacy Martin, nel ruolo di Anne, occupa spesso il centro dell’inquadratura come puro segno grafico, e manca clamorosamente solo quando il film le chiede un’emozione, un pianto dirotto davanti allo schermo.

Mettendo in bocca al Godard di finzione una passione (reale) per i fratelli Marx e Jerry Lewis, il regista ha tentato la via dell’umorismo stralunato, del non sense continuo e insistito, convinto forse di fare rilettura filologica di un preciso periodo artistico. Ma Hazanavicius è un cineasta di patina, uno dei peggiori prodotti di quest’epoca post tutto, che ha indovinato nella sua carriera il colpo “The Artist” perchè lì sì che poteva limitarsi all’impianto estetico, scimmiottando narrativamente senza avere il bisogno di scavare. Qui, semplicemente, non ha capito nulla e ha messo in piedi un’operazione di un revisionismo conservatore semplicemente ributtante. Una manifestazione con la polizia che risponde alle provocazioni di idioti scalmanati, Bertolucci e Ferreri buttati dentro senza cognizione alcuna, con quest’ultimo rappresentato come una sorta di burbero campagnolo con cappello di paglia e salopette, alcune scene di massa dove si percepisce nettamente il momento in cui si da l’azione e si ordina di gesticolare e urlare.

Gli applausi ricevuti al termine della proiezione stampa sono una sconfitta totale della cultura cinematografica, questa sì importante ancor più del dibattito sala/visione domestica, il segno che i tweet e i lustrini sono riusciti a distruggere esperienze, lasciti, movimenti che hanno edificato la Settima Arte, con cui tanta gente si guadagna il pane e si riempie la bocca inutilmente, correndo e sbattendosi tra un’intervista in ginocchio e un selfie con la star. Che il Festival di Cannes abbia messo in Concorso questa roba, poi, è davvero inqualificabile. Nell’anno del settantesimo anniversario, dove ogni giorno si leggono nomi di cineasti magnifici sui gradini della sigla iniziale che salgono verso il cielo, accettare che la pura superficie infetti la propria storia è puro masochismo. Questo non significa adeguarsi ai tempi, questo significa forse meritare l’estinzione.

Pro

Contro

Scroll To Top