Home > Recensioni > Cannes 2017 — Les Fantômes d’Ismaël

Piazzato in apertura della 70ma edizione del Festival di Cannes (17 – 28 maggio 2017) più per il cast all-star transalpino (Mathieu AmalricMarion Cotillard, Charlotte Gainsbourg, Louis Garrel, perfino la nostra Alba Rohrwacher in un ruolo di contorno) che per il suo essere un’opera adatta al grande evento mediatico/cinematografico, “Les Fantômes d’Ismaël” di Arnaud Desplechin avrebbe meritato senza ombra di dubbio il Concorso.

Un film raffinato, cinefilo e insieme potenzialmente popolare nei suoi snodi amorosi e sentimentali, che affastella tante suggestioni, rimandi, citazioni, in un flusso d’immagini sensuali, suadenti, persino invitanti nella loro costruzione complessa e studiata al dettaglio. Si pecca un po’ di bulimia, questo sì, e lo spettatore che rimane avviluppato nella falsa pista del mistery e della spy-story rischia di rimanere deluso e disorientato, ma Desplechin è bravo a intervallare i suoi svolazzi metafigurativi con decise ricadute a terra: l’accoglienza della stampa internazionale, comunque, è stata gelida, e, per certi versi, inspiegabile.

Ismaël (Mathieu Amalric) è un regista cinematografico appassionato, febbrile, tormentato. Frequenta una donna (Charlotte Gainsbourg) che di mestiere fa l’astrofisica, quindi sospesa tra il mondo sensibile e le stelle, ma non ha dimenticato la sua ex compagna Carlotta (Marion Cotillard) scomparsa nel nulla da più di vent’anni. Carlotta ricompare improvvisamente, mentre nella testa di Ismaël il presente, il passato, il film che sta girando e tanto altro ancora si alternano vorticosamente …

Desplechin cura maniacalmente la messa in scena, ogni inquadratura è studiata e calibrata fin nel minimo particolare: riflessi, specchi, dissolvenze, retroproiezioni, schizzi di sangue che imbrattano pollockianamente una tela bianca, un piacere per gli occhi, continuo, totalizzante, (quasi) senza pause. Ad essere poco riuscita è proprio la storia d’amour fou, che interviene a tratti a normalizzare sia la (non) narrazione che la messa in scena, teatro di alterchi e rapporti sessuali più cerebrali che appassionati.

C’è un film nel film, una storia di spionaggio che comincia da un racconto ad un tavolo (ricordate “Melinda & Melinda” di Woody Allen?) dove alti funzionari ministeriali discorrono sul ruolo di Ivan Dedalus (c’è anche un Bloom, doppia citazione da James Joyce), un uomo misterioso, che ad un certo punto ritroveremo prigioniero in Tajikistan, che è anche il nome del fratello di Ismaël, in un continuo andirivieni tra realtà della finzione e finzione nella realtà. Cosa accade nelle testa di un artista mentre compone i pezzi della sua prossima opera? Che inevitabilmente la sua creazione e la sua vita s’intersechino, che si sottolinei l’invenzione, avvenuta tra il 1434 e il 1437, tra l’Olanda e l’Italia, del punto di vista in pittura per sottolineare l’importanza delle percezione, che la donna reale funga da narratrice per tirare le fila, che ogni punto di riferimento perda le coordinate e venga lanciato senza paracadute verso noi fruitori.

Carlotta, Marion Cotillard, che si dona al film e al personaggio senza alcuna remora, fa partire da uno stereo “It Ain’t Me Babe” di Bob Dylan e inzia un ballo sensuale, scoordinato, inaspettato, come questo film, oggetto artistico diseguale e compatto al contempo, grazie ad una chiusura che tutto ordina e mette in prospettiva. L’artista lavora, lavora e lavora, il talento non può trovare espressione alcuna senza applicazione costante, coerente, quotidiana. Non tutto ci è piaciuto di “Les Fantômes d’Ismaël”, ma quello che ci è piaciuto non lo dimenticheremo facilmente.

Pro

Contro

Scroll To Top