Home > Recensioni > Cannes 2017 — Loveless (Nelyubov)

A tre anni dal precedente “Leviathan”, che proprio qui vinse il premio per la miglior sceneggiatura, Andrej Zvyagintsev torna in Concorso a Cannes con “Loveless”, un altro apologo potente, un’altro attacco duro e senza sconti all’odierna Russia putiniana, declinato in chiave di “crime movie” raggelato e raggelante, sorretto da una messa in scena attenta e calibrata al dettaglio. Un film semplicemente indimenticabile dopo una sola visione, che ripaga lo spettatore per una connessione emozionale non immediata con la bellezza di movimenti di macchina suadenti, campi e controcampi legati da contiguità emotive e non soltanto spaziali, personaggi prototipici e rappresentativi di un’intera nazione, di una cultura in disfacimento, di un asservimento continuo al capitale e al suo potere.

Zhenya e Boris hanno deciso di divorziare. Non si tratta però di una separazione pacifica, carica com’è di rancori, risentimenti e recriminazioni. Entrambi hanno già un nuovo partner con cui iniziare una nuova fase della loro vita. C’è però un ostacolo difficile da superare: il futuro di Alyosha, il loro figlio dodicenne, che nessuno dei due ha mai veramente amato. Il bambino un giorno scompare.

Le note di pianoforte dissonanti e violente del compositore estone Arvo Pärt accompagnano la macchina da presa, che scorre lentamente in armonia con il fiume in un paesaggio invernale, nevoso, pacifico e desolante al contempo. Stacco e siamo nel cortile di una scuola, bambini sciamano fuori festanti al suono della campanella. Questi due luoghi, apparentemente lontani e disconnessi, saranno l’architrave della narrazione, le locations dove la vita del piccolo Alyosha prenderà una svolta decisiva, inattesa. Torneremo più volte in quel parco, macchia di verde dispersa tra i grigi palazzi moscoviti, panorama che Alyosha osserva dalla finestra della sua camera, luogo in cui un gruppo di cittadini volenterosi si metterà alla sua ricerca. Dovrebbe pensarci lo Stato, che invece non assolve (più) al suo compito, così come la famiglia e ogni altra istituzione tradizionale, scuola compresa.

Attraverso le vicende di questo pugno di personaggi alla ricerca di una felicità impossibile, il regista russo si pone in aperta contraddizione con il “sistema”, vestendo Zhenya, la protagonista, con la tuta della Nazionale olimpica russa. Una madre disinteressata, concentrata sul proprio benessere, che piange lacrime disperate soltanto quando la tragedia le viene sbattuta in faccia, incapace di accettarla e (forse) negandola oltre ogni logica. Dall’altra parte c’è Boris, avviluppato da altre madri, ancora ingranaggio di una cinica ricerca della soddisfazione personale. Bambini trucidati, folli, spettatori di drammi umani e sociali che lasciano cicatrici profonde, una generazione perduta e difficile (forse impossibile ormai) da ritrovare.

Zviaguintsev, inoltre, non ambienta la sua storia nel presente ma nel passato prossimo, rinchiudendo la narrazione tra l’elezione di Obama e la guerra nel Donbass con l’Ucraina, mentre una radio prefigura scenari apocalittici che, paradossalmente, sono GIÀ avvenuti. Cinema dall’importanza capitale, che speriamo venga ricordato nel palmarés finale. Il Concorso è appena iniziato, ma il nostro cuore è già stato raggelato da questo film bellissimo.

 

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