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Cannes 2017 — Palma d’Oro a The Square, un commento ai premi

Finisce con una sorpresa inaspettata il Festival di Cannes 2017: da giorni c’era un vincitore annunciato che ha invece dovuto accontentarsi del Gran Premio della Giuria. Parliamo di 120 battements for minute di Robin Campillo, il dramma francese sull’AIDS che sembrava l’unica certezza in una selezione alquanto mediocre e con pochi film a svettare nettamente sugli altri. E invece la Palma è andata a The Square di Ruben Östlund e, nonostante il film non c’abbia poi convinto molto, dobbiamo ammettere che un premio alla satira è sempre ben accetto, seppur squilibrata e di grana grossa in più di un punto.

Un film che soffre dell’elefantiaca lunghezza dopo una prima ora semplicemente travolgente, ed è quella che ci prendiamo per giustificare le scelte e non masticare troppo amaro. In un’annata oggettivamente debole Pedro e i suoi (sembra il titolo di un film del regista madrileno) hanno sabotato il campo dall’interno, premiando l’opera più irriverente, che dissacra tutto e tutti e non fa prigionieri. Verrà dimenticato prestissimo, probabilmente, e il suo sguardo moralizzante è anche molto meno destabilizzante verso il sistema che prova a demolire di quanto possa sembrare. La sequenza dell’uomo/scimmia, comunque, si fa ricordare; andate comunque a recuperarlo in sala, potreste anche divertirvi molto.

Del film di Campillo si è parlato davvero tanto, il Gran Premio è persino troppo per il suo valore effettivo, ma la tematica alta faceva presagire una Palma che invece non è arrivata. Si parlerà ancora di questa vibrante denuncia dell’inadeguatezza della risposta degli Stati (qui c’è la Francia ma potrebbe essere ambientato ovunque) all’emergenza AIDS negli anni Ottanta, declinata attraverso le storie personali di un gruppo di ragazzi omosessuali attivisti e coraggiosi, sempre più radicali, inevitabilmente, con il progredire del contagio e la morte incombente. Bravissimo il protagonista Nahuel Pèrez Biscayart, per me la migliore performance in assoluto.

Il premio per il miglior attore è invece andato, anche qui a sorpresa, a Joaquin Phoenix per il ruolo del disturbato reduce di guerra Joe in “You Were Never Really Here” di Lynne Ramsay, premiato anche per la sceneggiatura. Ed è con quest’ultimo premio che si delinea ancora più a fondo il disegno della Giuria di quest’anno, che in mancanza di materiale forte ha premiato il coraggio di osare, pur se con risultati non proprio centrati. Lo script di questo film non esiste, è un corollario di sequenze allucinate partorite dalla mente del folle protagonista, un remake destrutturato di “Taxi Driver” con l’impressione del work in progress. C’è probabilmente un buon film nascosto nel girato della Ramsay, ma questa non può essere la versione definitiva. Dopo il premio, probabilmente, lo sarà.

Premio alla sceneggiatura anche per Yorgos Lanthimos e il suo abituale sodale Efthimis Filippou per The Killing of a Sacred Deer“. Bene così, tirava aria di premio maggiore per un film pretenzioso e che, ancora una volta paradossalmente, appare MOLTO più curato nella messa in scena che nella scrittura. Deve accontentarsi di un premio minore, il Premio della Giuria, anche Loveless, un film puramente autoriale talmente bello che nemmeno una giuria palesemente votata al cazzeggio ha potuto ignorare. Abbastanza scontato il premio a Diane Kruger, che veicola emozioni forti con un’interpretazione intensa, pur all’interno di un film, In the Fade, con più di un problema.

Il premio a Sofia Coppola per la regia è uno dei più centrati, la sontuosa veste del suo The Beguiled ammalia e seduce, ed è sicuramente il punto di un forza di un film narrativamente un po’ troppo stringato. Luce naturale, eleganti movimenti di macchina e un occhio personale e riconoscibile, che si concede anche svolazzi che non vedevamo dai tempi di “Marie Antoinette”. Grande Sofia. Il Festival s’inventa anche un premio speciale per il 70mo anniversario a Nicole Kidman, probabilmente per premiarla per la presenza costante in tutti questi giorni e per la promozione sulle copertine e le riviste “glamour” fatta ad un Festival senza troppe grandi star. Due film in Concorso, uno fuori (la folle fiaba Ufo/punk “How to Talk to Girls at Parties” di John Cameron Mitchell) e la seconda stagione di “Top of the Lake” di Jane Campion, meritava l’assunzione al Palais o, appunto, un premio speciale. Grande ritorno per Nicole comunque, bravissima dovunque.

Si chiude così un’edizione con lo sguardo volto verso il passato più che verso il futuro, complice anche la ricorrenza dei 70 anni. Una celebrazione continua, fin dalla sigla d’apertura delle proiezioni piena di nomi di giganti della Settima Arte, celebrazioni della storia del festival, una scelta obbligata quando la selezione si rivela così debole. C’era tanto cinema importante ed indimenticabile a Cannes 2017, ma confinato nelle sezioni parallele. Il quintetto francese Amalric, Denis, Garrel, Varda, Desplechin ci ha scaldato il cuore e la mente. E allora vive la France e il Festival di Cannes, il sipario si chiude e appuntamento all’anno prossimo.

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