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Le biografie cinematografiche dedicate ai grandi artisti dell’Otto e del Novecento sono sempre un banco di prova importante per gli autori che vi si cimentano, e abbiamo nella storia del cinema esempi disparati: Todd Haynes colse perfettamente lo spirito camaleontico di Bob Dylan in “Io non sono qui”, Mike Leigh, proprio qui a Cannes, ci fece lustrare gli occhi con il suo splendido “Turner” mentre, per fare anche un esempio deteriore, ancora ricordiamo inorriditi il pessimo servizio che James Ivory fece a Pablo Picasso. Jacques Doillon con il suo “Rodin”, in Concorso a Cannes 2017, cura maniacalmente la messa in scena e la “veste” del suo biopic, ma si dimentica le emozioni, la tridimensionalità dei personaggi da affiancare a quella delle sculture, l’imbastimento di una successione di eventi e rapporti umani in concatenazione, in pratica si dimentica la sceneggiatura. Ed è una dimenticanza imperdonabile (come potrebbe non esserlo?) che fa sì che le due ore di proiezione divengano interminabili, sempre che non si riesca ad ammirare solo le immagini, uno sforzo che non si può chiedere, nel 2017, a nessuno spettatore cinematografico al mondo quando si tratta di biopic, e non è nemmeno giusto farlo.

Parigi, 1880. Lo scultore Auguste Rodin (Vincent Lindon), 40 anni, incontra Camille Claudel (Izïa Higelin). Tra i due nascerà un rapporto che stravolgerà la loro esistenza.

Uno degli artisti più importanti del XIX secolo è reso sullo schermo come un uomo istintivo e sanguigno, passionale e umorale, protagonista di un amore tormentato e intellettualmente fertile con la sua Camille, consigliera, musa e amante al contempo. Attorno allo scultore la sua bottega e le sue opere, completate e in via di completamento, aiutanti, arnesi, un caos fecondo, un ambiente grezzo come la pietra dalla quale Rodin ricavava i suoi incredibili capolavori. Un corpo a corpo continuo tra l’artista e la sua opera, o le sue modelle, con la travagliatissima realizzazione del monumento a Balzac a fare da trait d’union tra i passaggi temporali, sette lunghi anni di sofferenza e agonia fino alla realizzazione di un capo d’opera assoluto, che oggi possiamo ancora ammirare a Parigi in due versioni, nel cortile del museo dedicato allo scultore e in Boulevard Raspail.

Una prima parte stilisticamente coerente, con l’opera in realizzazione sempre posizionata tra Rodin e il modello, con la macchina da presa che gira intorno, cerca angolazioni ardite, invita Lindon alla prestazione virtuosa, da premio. Ma questa volta il suo continuo bofonchiare non ci ha impressionato per nulla. Cambio nella seconda parte e messa in scena più ariosa, il vino e le donne, la moglie Rose (sì, c’è anche una moglie, confinata in poche ellissi), ma la perdita dei punti di riferimento confonde più che contribuire a variazioni sul tema.

Sontuosa fotografia a luce naturale di Christophe Beaucarne, sontuosa produzione, ma non si può scimmiottare in questo modo una classicità mai esistita in questi termini senza concedere al tuo pubblico appigli emotivi. Un tracciato piatto, che scorre via lento e sinuoso, ma che può anche essere fruito come installazione puramente visiva, in loop su una parete. L’arte non è qualcosa di polveroso da preservare in una teca, l’arte è cool, gli artisti sono star in ogni epoca, e questo Doillon non sembra averlo capito.

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