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  • Cannes 2017 — The Killing of a Sacred Deer

    Diretto da Yorgos Lanthimos

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L’Europa ha sempre fornito al cinema americano dei cineasti fondamentali per lo sviluppo della propria estetica, quegli occhi “esterni” alla cultura a stelle e strisce che riescono proprio per questo a rifondarne i canoni visivi continuamente. Se tutto questo retaggio si trova adesso (anche) nelle mani di Yorgos Lanthimos non siamo davvero messi bene … Il regista greco, assurto con “Kynodontas” allo status di regista di culto, aveva portato proprio qui in Concorso a Cannes due anni fa un’interessante idea distopica, che non riusciva a condurre in porto disperdendo per strada l’innegabile forza dell’assunto, “The Lobster”. Quest’anno si ripresenta con “The Killing of a Sacred Deer”, un dramma tinto di venature orrorifiche con gli stessi identici problemi del lavoro precedente: premesse interessanti, totale incapacità di trasformarle in racconto cinematografico coerente, compatto, che lasci il segno. Un film intriso di un pessimismo cosmico atroce e senza speranza, un vengeance movie che gira vorticosamente su se stesso senza aprirsi mai all’esterno, con personaggi involuti e autistici nella loro completa incapacità di cambiare le regole del gioco, un gioco sadico prediposto dall’autore per il puro gusto di spiazzare e colpire allo stomaco lo spettatore.

Un affascinante chirurgo (Colin Farrell) viene costretto a fare un grosso sacrificio e nello stesso momento un adolescente (Barry  Keoghan) che aveva preso sotto la sua ala protettiva inizia a dare segni di squilibrio. Nel gioco al massacro che s’instaura vengono coinvolti anche i figli e la moglie (Nicole Kidman).

L’inizio è (esteticamente) kubrickiano, steady cam in corridoio, lussuose feste borghesi, Nicole Kidman svestita e ancora magnifica, anche se gli anni passati le hanno lasciato segni sul sempre sinuoso corpo, che rimane puro cinema al solo inquadrarlo. Poi il film flirta con “Funny Games” per planare dalle parti di “Un borghese piccolo piccolo”, mentre la macchina da presa si posiziona molto in alto o molto in basso, e avanza lentamente. Tutto si paga, nel cinema di Lanthimos, e niente viene regalato, l’umanità ha perso ogni residuo di speranza, il mondo è chiuso intorno ai personaggi, non respira, non è metafora di nulla se non di se stesso. E qui le metafore sono pronunciate davanti alla macchina da presa, cercano d’incarnarsi nei corpi e nel sangue attraverso la parola, risultando sterili una volta di più.

L’adolescente Martin “maledice” i figli del chirurgo negligente con la paralisi delle gambe, il sanguinamento degli occhi e, infine, la morte. La moglie del chirurgo, Anna, per avere semplici informazioni è costretta a masturbare un amico di famiglia. Il dottor Steven è protagonista della roulette russa più RIDICOLA che il cinema ricordi. Cosa rimane, dunque, del film di Lanthimos? Una regia elegante che sa creare inquadrature dall’esattezza quasi matematica, un senso di attesa che, prima di essere puntualmente deluso, avvolge e interessa, pur senza coinvolgere. Davvero, nel 2017, scandalizzare la borghesia può essere ancora l’obiettivo unico e solo di un’operazione cinemtografica ammantata dalla prosopopea autoriale? Lanthimos sarebbe un ottimo regista horror, se solo non considerasse il genere, probabilmente, qualcosa di “basso”. Ancora oggi, nel 2017.

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