Home > Recensioni > Cannes 2017 — The Meyerowitz Stories

La promozione nel Concorso ufficiale di Cannes 2017 segna il definitivo passaggio di Noah Baumbach allo statuto di “new classic”, di nuovo alfiere della commedia borghese intellettuale ed arguta, di erede praticamente unico e solo, insomma, del maestro Woody Allen. “The Meyerowitz Stories (New and Selected)” annovera, per la prima volta nella carriera del regista newyorkese, un cast all-star che esula dalla solita compagnia di giro indie + Ben Stiller, calca la mano sulla letterarietà della scrittura, tratto distintivo fin dai tempi de “Il calamaro e la balena”, e presenta un controllo assoluto della messa in scena, con una macchina da presa sempre funzionale e mai invasiva, anche quando si concede sottolineature significanti. Un film delizioso, complesso e insieme semplicissimo, che farà forse scoprire finalmente anche al pubblico italiano questo cineasta sempre maltrattato dalla distribuzione nostrana, che ha già alle spalle un pugno di opere costituenti un corpus unico e compatto. Provate a guardare un suo film del passato, magari cominciando da quel “Frances Ha” che lanciò la sua compagna Greta Gerwig e soprattutto, vista la sfolgorante carriera successiva, Adam Driver.

Harold Meyerowitz (Dustin Hoffman) è un scultore di successo ormai ririratosi dall’attività, si è sposato più volte, e ha tre figli. Matthew (Ben Stiller) ha un lavoro di successo, guadagna bene, ma è frustrato per non aver sfruttato il suo talento artistico. Danny (Adam Sandler) è totalmenmte succube dell’ingombrante genitore e  non si accontenta di essere stato per la figlia il genitore che Hoffman non è mai stato per lui. Sarà la necessità di tornare vicino al padre malato, di confrontarsi di nuovo con la sua ombra, a spingerli verso quei passi di maturità mai fatti prima. 

È sempre difficilissimo liberarsi dei padri e camminare con le proprie gambe, è un tema canonico della letteratura e del cinema, declinato in tantissime maniere diverse dagli artisti nel corso degli anni; ma, in questa contemporaneità di precariato economico e sociale, è sempre più IL tema. Hoffman, in fluente barba bianca, gioca con il suo status di mostro sacro e coccola il figlioccio Stiller molto più dell’erede degenere Sandler. Impossibile non dare una lettura metadivistica alla scelta del cast e dei ruoli assegnati, compresa una Emma Thompson “stoned” e borderline completamente aliena al mondo e al contesto rappresentati, lei raffinata britannica (e infatti sogna di lasciare la città per una casa in campagna con giardinetto e prato all’inglese). È comuque questa la lettura meno immediata in un film che sembra annoverare i personaggi tipici del cinema di Wes Anderson raccontati, però, da un Allen solo quarantenne ma già crepuscolare.

Battute colte che strizzano l’occhio all’intellighenzia (“è bruno, come l’idiota di Stroczek di Herzog” o “non si può non leggere i romanzi di finzione, è questo che fa vincere i repubblicani”) ma anche gag fisiche e momenti di puro mélo, un piacere per il riferimento pop e la capacità di realizzare quasi degli instant movie che catturano in diretta lo spirito del tempo che invece è sempre mancata ad Allen, meravigliosamente arroccato nella sua New York. Il film è diviso in capitoli ma la narrazione progredisce in maniera esatta e programmata, senza scadere nell’ingabbiamento ma lasciando una piacevole sensazione di vita colta nei suoi momenti importanti, di ellissi calcolate per lasciare alla nostra visione le parti “nuove e selezionate” appunto. Un piccolo grande film, magistralmente interpretato, scritto e diretto, di cui si potrebbe parlare ancora per molto ma ogni ulteriore riferimento vi toglierebbe il piacere della scoperta, della riflessione, della ricomposizione libera nella vostra testa.

Lo troverete direttamente su Netflix fra qualche tempo, quindi arriverà direttamente nelle vostre case: questa volta non entrare nel mondo di Baumbach sarebbe davvero un peccato mortale.

 

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