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Cannes 2017 — Il nuovo Twin Peaks

Per una volta, non c’è da invidiare noi qui al Festival di Cannes per anteprime esclusive con mesi o anche anni di anticipo sul resto del mondo. Quando noi, questa mattina, abbiamo potuto ammirare sul grande schermo (e che gran peccato non poter vedere tutta l’opera sull’unico supporto dove le immagini partorite dalla fantasia lynchiana sono semplicemente “a casa”) le prime due puntate della terza serie di “Twin Peaks”,  il resto del mondo è per la gran parte già arrivato alla quarta.

Una NON anteprima che rappresenta un unicum nella storia del festival più importante al mondo che, in un’annata avara di grandi eventi come di grandi film, piega la testa due volte, all’obbligo dell’anteprima mondiale e all’anatema verso la serialità televisiva pur di portare David Lynch a sfilare sul red carpet della Croisette. E fa benissimo, perchè ci regala una delle esperienze più potenti dell’intera manifestazione, dalla quale si esce frastornati e inebetiti. Ed anche un po’ irritati, perchè è davvero una tragedia essere contemporanei  di un’artista così gigantesco e non poter ammirare il parto della sua mente per dieci anni. L’ultimo film, lo saprete tutti, risaliva al 2006, ed era quell’INLAND EMPIRE che portava alle estreme conseguenze il suo discorso filmico e autoriale, magnifica avventura visiva poco compresa e ancor meno amata, il cui flop nelle sale è una delle cause del lungo silenzio del maestro di Missoula, Montana.

Che è dovuto quindi tornare alla sua opera probabilmente più famosa per avere quella libertà creativa sempre negatagli per i progetti presentati in questi anni e che è sempre più difficile ottenere per il cinema, che ritrova il linguaggio televisivo praticamente inventato dal nulla all’inizio degli anni Novanta totalmente al centro dell’immaginario collettivo mondiale, e dunque si riprende un po’ di quella credibilità verso il mezzo e la forma che aveva contribuito a far assurgere allo status d’intrattenimento adulto e maturo, per una volta s’inserisce in un cuneo commerciale fecondo, con un hype che probabilmente scomparirà nel corso delle settimane lasciando attaccati alle immagini solo i lynchiani di stretta osservanza.

Perché predico questo? Perchè il culto della serialità televisiva pone le basi sull’assunto più vecchio del mondo, una narrazione scaglionata nel tempo che avviluppa e lascia attaccati ai personaggi con continui colpi di scena: i romanzi di Dickens uscivano in questa forma sui quotidiani, gli anni pre e post seconda guerra mondiale strabordavano di “serial” d’avventura e gli esempi potrebbero essere tantissimi. Le serie Tv, per chiudere subito un discorso che dovrebbe essere lunghissimo e che oggi si fa sempre più centrale nell’analisi delle evoluzioni (o involuzioni, per i non pochi detrattori) delle forme dell’audiovisivo, sono oggi il territorio di sperimentazione delle forme narrative più disparate. Ma David Lynch non porterà avanti una narrazione ritmata e omogenea, e gli adepti dell’ultim’ora fuggiranno presto a gambe levate.

Ma torniamo a Twin Peaks, per scoprire che questa nuova avventura allarga il campo d’azione, per andare a New York, a Las Vegas e chissà dove altro ci porterà il lungo viaggio che ci attende da qui alle prossime settimane. Le apparizioni dei personaggi classici sono, per il momento, solo apparizioni, che riescono a scatenare un effetto nostalgia misto a malinconia e straziante dolore, come nel caso di Margareth Lanterman, la signora del ceppo, morente sullo schermo e purtroppo defunta oggi. Percepiamo un mondo più ampio, il male della Loggia sembra aver trovato una nuova porta di comunicazione con la quale diffondersi e una nuova mefistofelica incarnazione, ma è presto per dirlo e non vogliamo fare “spoiler”.

Vogliamo solo dire che ritrovare l’agente Cooper di Kyle MacLachlan e il suo doppelgänger in giro per l’America è un piacere difficilmente spiegabile a chi non ne ha vissuto la lenta e progressiva discesa nella serie originale, uomo integerrimo che poco a poco veniva fagocitato dall’intossicante atmosfera di provincia, dai suoi ozi e dalle sue inquietudini, dalla negazione di un codice morale ferreo che aggiungeva alla sua progressiva disgregazione l’avanzare dell’anima nera, bieca, la rappresentazione del male puro, che blandisce le nostre perversioni nascoste e le porta a bruciare nel buio della notte, FUOCO CAMMINA CON ME.

L’impressione, appunto, è che la cittadina dei due picchi non sarà l’unico ambiente e nemmeno il principale di questa nuova storia, che il tratto distintivo della prima parte della carriera cinematografica (e televisiva) di Lynch (la differenza profonda tra il giorno e la notte, tra il pubblico e il privato. tra la maschera che porgiamo al mondo e la nostra interiorità profonda) non sia più ormai il punto centrale come venticinque anni fa, splendidamente rappresentato dall’angelo caduto Laura Palmer e già oggetto dell’indagine di Jeffrey Beaumont e Sandy Williams (i giovanissimi Kyle MacLachlan Laura Dern) in “Velluto blu”, che nella prima sequenza conteneva già tutto il substrato tematico poi splendidamente delineato nelle opere successive, fino alla deflagrazione visivo/sonora del finale di “Fuoco cammina con me”.

Almeno tre sequenze che divorano tutto il cinema guardato in questi giorni, la constatazione che quel tocco folle e surreale è rimasto intatto in questi dieci anni e si è semmai raffinato, introiettando nuove forme e modelli per poi espellerli sullo schermo. L’impressione è che stiamo per assistere ad un compendio di una cinematografia e di una poetica (già in questi primi episodi vari faccie “da Lynch” sbucano qua e là, segnaliamo per tutte quella di Balthazar Getty, un altro doppelgänger, quello del sassofonista Bill Pullman in ‘Strade perdute”), ad un’opera/mondo i cui contenuti andranno sviscerati per i prossimi anni a venire. Se ne riparlerà, quando avremo la visione completa, quando potremo confrontarci con l’opera tutta. Nel frattempo, bentornati a Twin Peaks.

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