Home > Recensioni > Cannes 2017 — Vers la Lumière (Hikari)

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Speriamo davvero che questo sia l’anno giusto per il massimo premio del Concorso di Cannes per Naomi Kawase, una regista fedelissima della Croisette, un’artista dal percorso autoriale non convenzionale, iniziato con corti e documentari autobiografici per poi passare ad un cinema di finzione poetico e armonico, dal tocco al contempo leggiadro e assolutamente riconoscibile. Passando anche per qualche film sbagliato, il suo “Still the Water” in Concorso nel 2014 non ci era proprio piaciuto, concorre per la Palma nel 2017 con “Vers la Lumière”, un haiku in forma di cinema, un’opera che s’interroga sulla visione trovando una chiave semplicemente sensazionale, trovando l’inquadratura che finora schiaccia ogni altra immagine ammirata quest’anno.

Misako (Ayame Misaki) ama descrivere gli oggetti, i sentimenti e il mondo che ha intorno ed ama tantissimo il suo lavoro di audiodescrittrice di film per non vedenti. Durante una proiezione, incontra un celebre fotografo semi cieco (Masatoshi Nagase). Nascono allora dei sentimenti tra un uomo che sta perdendo la luce e una donna che la ricerca.

Il film si apre con la voce di Misako che descrive minuziosamente ogni cosa che vediamo, ma l’approccio è sbagliato, i non vedenti della proiezione di prova le dicono che così è troppo, bisogna lasciare più spazio per il silenzio, per far crescere l’emozione. Un incipit bellissimo, in un’opera che annovera almeno altre tre/quattro sequenze che lasciano senza fiato. Ascoltiamo massime semplici e profonde (l’esatto contrario di quelle nei film di Sorrentino) come “attraverso un film ci si connette alla vita di altre persone” o “l’audiodescrizione, invece, connette con l’immaginazione”, viviamo il dramma di un fotografo alle prese con la cecità progressiva, con il campo di visione che si restringe sempre di più, fino a lasciare solo uno spicchio d’immagine al margine, come una pellicola bruciata. Sarà proprio questo il gesto rabbioso con cui il fotografo abbandonerà una fase della vita, per abbracciarne un’altra; parallelamente Misako dovrà provare a riconciliarsi con la sua famiglia, con il padre scomparso, con una madre amata/odiata.

Cinema purissimo, che sarà odiato dai cinici e dai dissacratori, ma che sussurra in un orecchio ad ogni spettatore la sua piccola verità. Il finale, in una sala cinematografica piena di non vedenti, è un maestoso ritorno alle origini, un rito risacralizzato, accolto con sorrisi dolci, pacificatori. Grande consapevolezza nelle scelte visive e nella messa in scena, il coraggio del candore e della speranza. Un cinema completamente all’opposto di quello di Lanthimos, per fare solo un nome: noi ci schiereremo sempre da QUESTA parte del campo.

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Contro

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