Home > Recensioni > Cannes 2017 — Wonderstruck

Il Concorso del Festival di Cannes 2017 apre i battenti con uno degli autori più attesi, che soltanto due anni fa ci aveva fatto spellare le mani a forza di applausi con “Carol“: parliamo di Todd Haynes, che con “Wonderstruck” mette in scena il romanzo “La stanza delle meraviglie” di Brian Selznick.

È lo stesso Selznick chi si occupa della sceneggiatura, e questo probabilmente ha fatto sì che l’adattamento mantenesse molto (forse troppo) del testo originario. Perché ad una messa in scena semplicemente sontuosa, grazie anche all’apporto dei soliti tecnici di livello assoluto (Edward Lachman alla fotografia, Mark Friedberg alla scenografia, le musiche sempre indovinate di Carter Burwell, i costumi di Sandy Powell), non corrisponde questa volta quella totale adesione alla materia narrata che è da sempre la forza, emotiva e sentimentale, del cinema di Haynes.

Finché c’è spazio per le suggestioni, per gli incastri metaforici, insomma per la confezione, il film vola alto fino a quelle stelle che rappresenteranno il trait d’union di tutta l’opera, stelle del firmamento celeste e hollywoodiano, stelle in cui si abbandona il “Major Tom” di David Bowie e stelle zarathustriane (però nella versione funk di Eumir Deodato, la stessa che accompagnava l’uscita di Peter Sellers “Oltre il giardino” nel capolavoro di Hal Ashby). Quando poi, nella seconda parte, bisogna atterrare, comprimere i piani temporali e dare una chiave univoca al tutto, la sensazione che la montagna abbia partorito un topolino di campagna è davvero forte.

In due epoche diverse, due bambini sognano una vita diversa. Nel 1927 Rose (Millicent Simmonds) fugge per trovare il suo idolo, l’attrice Lillian Mayhew (Julianne Moore). Nel 1977 Ben (Oakes Fegley) si mette alla ricerca del padre, dopo la morte della madre (Michelle Williams). Nonostante i cinquant’anni che li separano, sono misteriosamente collegati tra loro.

Il palcoscenico ideale per la memoria cinematografica, la città di New York, è la vera protagonista della prima parte dell’opera, quella più riuscita. New York del ’27 e del ’77, New York in bianco e nero e muta, e New York dove il funk, le pettinature afro e gli abiti sgargianti fanno immediatamente exploitation, non la città quindi ma la sua rappresentazione nell’immaginario collettivo. Vi racconto solo un piccolo segmento, utile più di mille descrizioni a farvi capire l’affascinante chiave rappresentativa: una bambina fugge di casa per andare al cinema, va a vedere “Daughter of the Storm”, film muto con protagonista la sua attrice preferita, all’uscita i cartelli strombazzano con scritte giganti l’imminente avvento del sonoro, la bambina è sorda, la magia del cinema si sta allontanando da lei, come ha fatto sua madre anni prima.

Suggestioni, omaggi, rimandi. Poi tutto comincia a collegarsi, con una serie di colpi di scena che naturalmente non vi anticipo, ma che non si riveleranno poi così interessanti. Le connessioni tra le due epoche e le due storie sono tangibili, dirette, un po’ in stile “The Hours”, Julianne Moore sfoggia un trucco da anziana davvero orripilante, l’amicizia e la solidarietà tra due ragazzini non ha davvero nulla della partecipazione e della complicità di uno Spielberg o di un Rob Reiner. C’è un’immagine meravigliosa anche nella seconda parte, e riguarda ancora New York: una donna e un bambino, mano nella mano, attraversano il plastico della città realizzato per l’Expo del 1964, giganteschi Kaiju a spasso tra le minuscole costruzioni, costruzioni che nascondono letteralmente ricordi, rimandi, segni tangibili del passaggio delle generazioni, delle persone, degli amori e degli odi. Ma le proporzioni sono completamente sbagliate, i personaggi non riescono MAI ad elevarsi al di sopra della messa in scena, anzi spesso ne vengono schiacciati.

In conclusione, di sicuro non un brutto film, anzi a molti di voi, quelli che riusciranno ad entrare in connessione con le piccole storie all’interno di questa grande rappresentazione, piacerà tantissimo. Io non posso che rimanere deluso quando un film mi avviluppa prepotentemente nelle sue spire fin dal primo minuto, mi promette connessioni metalinguistiche universali, per poi finire in un infinitesimo particolare costruito meccanicamente, programmaticamente: il cinema non c’entra (quasi) più nulla, le emozioni sono pilotate scoperta dopo scoperta, le stelle (come nell’inquadratura finale) non sono mai state così lontane.

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