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Cannes 2018 — Aspettando i premi, bilancio e pronostici

Va in archivio anche la 71ma edizione del Festival di Cannes, e questa sera la cerimonia di premiazione assegnerà Palma e premi collaterali. Un’edizione funestata dalle polemiche iniziali ma poi svoltasi in maniera fluida ed ordinata, complice anche il numero sensibilmente più basso di accreditati stampa, testimoniato dagli spazi mai intasati del Palais, a differenza degli anni precedenti, e delle sale, cosa che ci ha permesso di vedere praticamente tutto quello che volevamo, nonostante una retrocessione nella scala gerarchica dei badge di cui chiederemo conto con calma, a bocce ferme. Le visioni, però, non sono ancora terminate: stasera, a chiudere, in proiezione speciale Fuori Concorso, vedremo l’attesissimo “The Man Who Killed Don Quixote”, il film maledetto di Terry Gilliam, finalmente arrivato sugli schermi dopo una serie infinita di problemi, anche legali (con il produttore Paulo Branco che ha cercato di bloccarne l’uscita fino alla fine), e disastri.

Voltiamoci indietro e diamo uno sguardo al Concorso, cercando d’interpretare (esercizio complicatissimo) le scelte della Giuria presieduta da Cate Blanchett che verranno rese note tra qualche ora. La favorita, a giudicare dagli strali della stampa internazionale, pare essere la libanese Nadine Labaki che, con il suo “Capharnaüm”, sembra aver indovinato tutto, l’anno in cui essere al Festival, il tema sensibile, l’assenza di avversari che possano provocare giudizi unanimi: un premio di compromesso che accontenterebbe molti, scontentando però la critica e chi vi scrive, che non riconosce al film la qualità che, almeno in teoria, sarebbe necessaria per un premio che consegna immediatamente un posto di diritto nella storia. Se si opterà per premi “politici”, allora il massimo riconoscimento andrà alla Labaki o a Spike Lee“BlacKkKlansman” è piaciuto molto, e la potente invettiva anti Trump potrebbe replicare quello che successe con Michael Moore e il suo “Fahrenheit 9/11″ ai tempi di Bush jr: noi saremmo felici per un premio che recepiremmo come omaggio alla carriera di un grande cineasta sempre ignorato dai grandi riconoscimenti, ma il suo film, a parte alcuni momenti indubbiamente molto forti, non ci ha entusiasmato.

Se la Caméra d’Or (il riconoscimento al miglior esordiente tra tutte le sezioni del Festival) verrà pescata nel Concorso, di sicuro premierà A.B.Shawky per il suo “Yomeddine”, un film al centro dei discorsi dei primi giorni, ma che poi è progressivamente scomparso dalla scena e dalla memoria. Qualcosa di notevole ce l’ha: un protagonista unico, una struttura debitrice di tanto grande cinema del passato più o meno recente, un’ode ai diversi. Lo preferiremmo alla Labaki anche dovesse essere in corsa addirittura per la Palma (ma crediamo di no).

Capitolo Estremo Oriente. Nei voti di una giuria di critici internazionali che pubblica ogni giorno il “daily” dello Screen International, “Burning” di Lee Chang-dong chiude la selezione nettamente in testa. Sorta di noir in bilico tra realismo e immaginazione, magnificamente diretto e pieno di sottotesti, è um film probabilmente troppo raffinato e complesso per catalizzare le attenzioni e unire i gusti di una Giuria così composita e di varia provenienza come quella di quest’anno. Crediamo possa rientrare in qualche premio minore, come il Premio e il Gran Premio della Giuria, che meriterebbe ampiamente. Molto più semplice, ma non meno bello, è invece “Shoplifters” di Hirokazu Kore-eda, delicato e straziante apologo nello stile del maestro giapponese, un film con gran cuore ma che parla anche al cervello, elevandosi a discorso universale sull’inconsistenza dei legami di sangue e sul primato di quelli costruiti coi rapporti umani, tra le persone (tema da sempre caro al regista). Accoppiamo a Kore-eda, per il fatto di narrare storie quotidiane con il passo del grande romanzo e la leggerezza di messa in scena magistrale, il bellissimo “The Wild Pear Tree” di Nuri Bilge Ceylan. Difficile che quest’ultimo concorra per la Palma, che vinse già nel 2014 con “Il regno d’inverno – The Winter Sleep”.

Altro grande quotato è Pawel Pawlikowski. Il bellissimo “Cold War” potrebbe essere premiato per l’elegante regia, o spuntare un premio alla protagonista Joanna Kulig, magnetica ed indimenticabile catalizzatrice di amori ed emozioni. Non possiamo dimenticarci di Jafar Panahi e di “Three Faces”, un film che a noi è piaciuto moltissimo, qualche menzione dalle Giurie sarebbe davvero ben gradito.

Capitolo italiani. Gran figura quella di quest’anno, due delle opere migliori del Concorso battevano bandiera tricolore. Pare quasi certo che Marcello Fonte, il protagonista di “Dogman” di Matteo Garrone, verrà insignito del premio per la migliore interpretazione maschile: giustissimo, anche se avremmo sperato in qualcosa in più. Per Alice Rohrwacher, invece, tutto è possibile, dalla Palma (difficile) in giù, noi pronostichiamo a “Lazzaro felice” un Premio della Giuria, magari riconfermando quello del 2014 per il precedente “Le meraviglie”. Qui sotto trovate i nostri pronostici, tra parentesi, invece, chi vorremmo vincesse noi:

Palma d’Oro: “Capharnäum” (“Lazzaro felice”)

Gran Premio della Giuria: “Shoplifters” (“The Wild Pear Tree”)

Regia: Pawel Pawlikowski (Lee Chang-dong)

Sceneggiatura: “BlacKkKlansman” (‘Three Faces”)

Miglior attore: Marcello Fonte (Zain Al Rafeea)

Miglior attrice: Samal Yeslyamova (Joanna Kulig)

Premio della Giuria: “Three Faces” (“Dogman”)

 

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