Home > Recensioni > Cannes 2018 — BlacKkKlansman

Attendevamo il nuovo film di Spike Lee, in Concorso a Cannes 2018, con speranza mista a timore. Un cineasta che ci ha accompagnato per tutta la vita, dal furore di “Fa’ la cosa giusta” al jazz di “Mo’ Better Blues”, fino ai meravigliosi “S.O.S. – Summer of Sam” e “La 25a ora”, per arrivare a quella riuscitissima commistione di heist-movie e urgenza sociopolitica che era “Inside Man”. Da lì in poi, complice il disastroso “Miracolo a Sant’Anna” girato qui in Italia, la carriera del regista newyorkese sembra essersi arenata, la fonte dell’ispirazione inaridita, il tocco registico appesantito: e, purtroppo, BlacKkKlansman” conferma, anche se non del tutto, il momento d’impasse artistica. Una doverosa presa di posizione, esplicita e dichiarata, all’amministrazione Trump, che ha riportato, a detta di Lee e di chiunque abbia senno, le lancette della democrazia più grande del mondo indietro di un cinquantennio. Ma il suo atto d’accusa, che usa un fatto di cronaca degli anni Settanta, non riesce a raggiungere lo scopo attraverso il cinema ma l’inverso, usa il cinema per fare proclami, e questo non va bene, qualsiasi (e quanto nobile) sia la causa da combattere.

Primi anni Settanta, negli Stati Uniti infuria la lotta per i diritti civili. Ron Stallworth (John David Washington) è il primo detective afroamericano del dipartimento di polizia di Colorado Springs, ma il suo arrivo è accolto con scetticismo ed ostilità dai membri di tutte le sezioni del dipartimento. Imperterrito, Stallworth decide di farsi un nome e di fare la differenza nella sua comunità. Si imbarca quindi in una missione molto pericolosa: infiltrarsi nel Ku Klux Klan e provarne i crimini. Fingendosi al telefono un estremista razzista, Stallworth contatta il gruppo e presto penetra all’interno della sua cerchia più ristretta. Coltiva anche una relazione con il Gran Maestro del Klan, David Duke (Topher Grace), che elogia l’impegno di Ron ai fini del progresso dell’America Bianca. Il collega di Stallworth, Flip Zimmerman (Adam Driver), partecipa agli incontri privati con membri del gruppo razzista, venendo così a conoscenza dei dettagli di un complotto mortale. Stallworth e Zimmerman fanno squadra e uniscono gli sforzi per riuscire a distruggere l’organizzazione il cui vero obiettivo è modificare la propria retorica violenta per ottenere il consenso della massa.

Fino ad un certo punto, con Ron che esulta mimando colpi di karate nell’aria e che parla con un’attivista dei suoi gusti cinematografici, sembra di trovarci ad un’operazione simile a quella compiuta da Tarantino in “Django Unchained”, però con l’uso del polizieschi blaxploitation alla “Shaft” o “Superfly” (storicamente invisi a Lee) in luogo dello spaghetti western: non è, purtroppo, proprio così. Lee realizza un’opera militante, che parte e arriva benissimo, ma soffre di un segmento centrale lungo, mal costruito e mal scritto (dallo stesso regista insieme a David Rabinowitz, Charlie Wachtel Kevin Wilcott, troppe mani e una sintesi non trovata). Interessanti le intenzioni: un poliziotto nero, apripista e guardato con diffidenza, infiltrato nelle “Black Panthers” (ritenute dal direttore dell’FBI Hoover, insieme ai comunisti, il “vero pericolo” per gli Stati Uniti), un agente bianco infiltrato nel Klan, o meglio nell’Organizzazione, come dicono di chiamarsi gli incappucciati per aggirare i divieti di ricostituzione, richiamo nemmeno troppo velato a Cosa Nostra. La contraddizione di dover sabotare dall’interno le istanze di una parte della propria comunità, che sia la minoranza attivista o razzista, in una contrapposizione giocata sul filo dell’ironia e a tratti gustosa, esposta però con una successione di eventi che si trasforma spesso in un disastroso pasticcio e non aiuta nulla, nè l’immedesimazione, nè l’esposizione degli intenti.

I punti di forza, comunque, non mancano, dal monologo dell’ultranovantenne Harry Belafonte al finto happy end (con un pezzo in sottofondo bianchissimo, “Lucky Man” di Emerson, Lake & Palmer) che, nello spazio di un minuto, fa irrompere la realtà nella finzione. Tutto è chiuso da una bandiera americana rivoltata, che perde i colori, diventa bianca e nera, e poi nel nero scompare. Mala tempora currunt.

 

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