Home > In Evidenza > Cannes 2018 — Cold War (Zimna Wojna)

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Pawel Pawlikowski, dopo il successo internazionale e l’Oscar per il miglior film straniero conquistato con il suo precedente “Ida”, sbarca per la prima volta in Concorso al Festival di Cannes con “Cold War”, che ne replica il magnifico stile (schermo in 4:3, lo splendente bianco e nero della fotografia di Lukasz  Zal), la durata (poco più di ottanta minuti) e la creazione di un forte personaggio femminile motore della narrazione. Qui però il titolo non è “Zula” ma “Cold War”, e la cortina di ferro che divideva il blocco occidentale da quello sovietico ha la consistenza metaforica di una barriera mentale, di un impedimento impossibile da attraversare con la mente anche quando ce la si fa con il corpo, di una catena che avviluppa il cervello e, soprattutto, il cuore di personaggi impegnati a vivere e ad amare.

Durante la guerra fredda, tra la Polonia stalinista e la splendente Parigi degli anni Cinquanta, Wiktor (Tomasz Kot), un musicista affamato di libertà, e Zula (Joanna Kulig), una giovane e passionale cantante, vivono un amore impossibile in un’epoca difficile.

Pawlikowski rinchiude nel suo quadro porzioni di mondo colme di dettagli, irradiate da tagli di luce di una bellezza abbacinante, che concedono agli occhi tutto quello che negano all’anima. Perchè questo “amour fou” che vive di ellissi, di sguardi, di distanze cercate o obbligate, non scava mai più a fondo dell’epidermide, almeno per chi vi scrive. In una rappresentazione stratificata e multilivello, quello più emotivo, l’amore incontrastato, può bastare a sospirare e a muovere commozione per le sorti dei due amanti, come è stato per moltissimi spettatori anche qui a Cannes in maniera più che legittima; ma può anche essere semplicemente l’aggancio per lanciarsi nella rappresentazione di un’epoca che oggi ci appare lontanissima eppure temporalmente non lo è nemmeno tanto, quando l’applicazione errata delle grandi ideologie e l’ottusa difesa intransigente da queste ultime trovavano dura contrapposizione sulla pelle di uomini e donne, sospesi tra le ammalianti sirene del capitalismo e della libertà occidentali e l’attaccamento alle radici culturali difficile, se non impossibile, da abbandonare totalmente.

Nelle prime scene del film Wiktor, come una replica polacca di quell’Alan Lomax che si occupò di registrare e tramandare ai posteri la musica popolare statunitense degli inizi del Novecento, batte le campagne per cercare musicisti, cantanti e danzatrici per il suo collettivo di musica popolare: tra le cantanti scelte (“ha qualcosa, non saprei dire cosa, ma ha qualcosa”) c’è Zula. I burocrati di Stato capiscono le potenzialità del progetto, e ne fanno materiale da esportazione, non più tradizione, ma propaganda del carattere “rurale, popolare, slavo, ottimista” del popolo e, di conseguenza, del regime, che s’impone come sua diretta emanazione, polacco. Vi racconto l’incipit perchè riassume mirabilmente tutto quanto vedremo successivamente: Wiktor è un borghese perennemente insoddisfatto, Zula una paesana sanguigna e umorale, legata alla sua terra (“tu credi in Dio? Io sì”). Queste identità precise li acccompagneranno in giro per l’Europa, da una parte e dall’altra della cortina di ferro, impossibilitati a vivere lontani e insofferenti alla troppa vicinanza, fino ad un’ultima, forse unica, risoluzione per comporre i contrasti.

Un film, dunque, che ha i suoi difetti nell”algida perfezione formale di più di un momento e nel suo essere allo stesso tempo contemporaneo e diretta filiazione di tanto (buon) cinema del passato, ma questi potreste anche trovarli dei pregi. Noi lo amiamo per altri motivi. La riproposizione di tutte le formule musicali possibili (dal folk al jazz, da Juliette Gréco, folgorante cameo di Jeanne Balibar, alle colonne sonore), le ricostruzioni storiche vive e pulsanti, la SPLENDIDA interpretazione della Kulig, prima vera candidata al premio femminile. Non ci stupiremmo, anche se è presto per dirlo, di ritrovare questo film nel palmarès finale.

 

 

 

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