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  • Cannes 2018 — Dogman

    Diretto da Matteo Garrone

    Data di uscita: 17-05-2018

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Matteo Garrone torna in competizione al Festival di Cannes 2018 con “Dogman“, dopo i Grand Prix vinti da “Gomorra” (2008) e “Reality” (2012), e il passaggio, sempre in concorso, di “Tale of Tales – Il racconto dei racconti” (2015).

Proprio presentando quel singolare fantasy in tre episodi ispirato al Cunto de li Cunti di Giambattista Basile, qualche anno fa Garrone spiegava come tutti i suoi film precedenti potessero in fondo essere letti come fiabe, come storie che partivano «dalla realtà contemporanea per trasfigurarla in una narrazione fantastica».

E una figura fiabesca che torna, nel cinema di Garrone, è quella dell’orco: letterale nel “Racconto dei racconti” ma già evocata dal cacciatore di anoressiche Vitaliano Trevisan in “Primo amore” e, in maniera forse più sfumata”, dall’imbalsamatore Ernesto Mahieux.

In “Dogman” l’orco è Simoncino (Edoardo Pesce, già visto in “Romanzo criminale – La serie”), che tormenta con ripetute azioni criminali ed eccessi violenti un desolato quartiere periferico su un litorale che resta geograficamente vago, fuori da precise coordinate spazio-temporali. Quasi un villaggio western senza centro, tutto orizzontale, che nega ogni possibilità di fuga, o di salvezza.

Di fronte all’antagonista Simoncino sta il protagonista Marcello (Marcello Fonte, musicista e interprete teatrale), un groviglio di passività, servilismo, ostinazione e solitudine che cerca di restare a galla in un ambiente duro e ostile, vezzeggiando i cani che incontra svolgendo con bravura il suo lavoro di toelettatore e ponendosi – un po’ per paura e convenienza, un po’ per una contorta forma di legame affettivo – all’ombra di Simoncino. Se Simoncino chiede, Marcello esegue. Finché il meccanismo non si rompe e identificare l’orco non è più così semplice.

La sceneggiatura di “Dogman” – scritta dal regista con Ugo Chiti e Massimo Gaudioso – è parzialmente ispirata alla vicenda del “canaro della Magliana”, quindi il finale della storia non dovrebbe cogliere di sorpresa. Garrone conduce il racconto verso quella inevitabile conclusione asciugando sia gli aspetti visivi della regia (fotografia desaturata, inquadratre ampie e lunghe, montaggio non invasivo) sia la recitazione degli attori, secondo un’economia di scrittura che nega completamente la dimensione interiore, ma potremmo dire umana, dei personaggi, lasciando che a definirli siano le pure azioni. Non troviamo appigli emotivi durante la visione di “Dogman”, e ne usciamo completamente annientati. Uomini e animali – ma esiste davvero una distinzione? – sono soli su questa terra, non c’è sguardo ordinatore che possa dare un senso al loro soffrire e la vita non è altro che una condanna.

La carriera di Matteo Garrone è ormai relativamente lunga e certi aspetti stilistici, per quanto magistrali, forse oggi ci sorprendono meno. Ma “Dogman”, a una prima visione che certo non è sufficiente per assorbirlo appieno, appare comunque come un film importante, e dei suoi il più radicale.

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