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  • Cannes 2018 — Everybody Knows (Todos lo saben)

    Diretto da Asghar Farhadi

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Il Festival di Cannes 2018 apre i battenti, e il Concorso, con l’ultima fatica del cineasta iraniano Asghar Farhadi, pluripremiato autore già insignito di due Oscar e un Orso d’Oro a Berlino, e che, con il precedente “Il cliente”, si era già portato a casa due premi, due anni fa, proprio qui a Cannes. Alla sua seconda sortita europea, dopo quella francese de “Il passato”, Farhadi ambienta in Spagna, e più precisamente nelle campagne della Mancha, il suo “Todos lo saben”, con la coppia di superstar iberiche Javier BardemPenélope Cruz. E s’immerge. o cerca di farlo, nell’umoralità paesana e mediterranea dei piccoli borghi bruciati dal sole, nella cordialità esibita e finta, nei pettegolezzi pronunciati a mezza bocca, sempre con un falso sorriso sulle labbra, in un retroterra culturale ed antropologico che, per farla breve, non gli appartiene e non padroneggia, forzatamente, nella sua interezza. E questo, nel corso delle due ore abbondanti di proiezione, è davvero fin troppo evidente. Il “Fahradi touch” è riconoscibilissimo, alcuni momenti in bilico tra dramma e melodramma tengono comunque incollati allo schermo grazie alla sempre mirabile direzione degli attori, ma lo schema, questa volta, sembra essere stanco, vuoto, niente più che una ripetizione sterile e, cosa mai accaduta finora nella carriera del regista, facilmente dimenticabile.

Laura (Cruz) con i suoi figli lascia Buenos Aires per tornare al paese natìo in occasione di un’importante ricorrenza. Una volta tornata in Spagna, però, i segreti del passato tornano ben presto a galla, e un evento traumatico turba la tranquillità della sua vita e della sua famiglia.

Il richiamo all’Argentina sembra solo il pretesto per utilizzare il grande Ricardo Darìn in un ruolo (fin troppo) di contorno, perché anche fuggire dall’altra parte del mondo non solo non sembra evitare le rese dei conti, ma appare una delle tante questioni solo accennate e non ben sviluppate in sceneggiatura. Fanno parte di questo elenco: la rabbia giovanile che non riesce a incanalare la sua voglia di fuga se non in modi nefasti, la complicità e insieme il tutti contro tutti della piccola comunità campagnola, il vino a cui “il tempo dona carattere e personalità” che non si trasforma nella metafora che ci aspetteremmo, e altre cose che scoprirete con la visione. Come un amante che seduce e poi scompare, il film lascia intuire moltissimo sotto la crosta narrativa ma, per una scelta chissà quanto consapevole, lascia con una fastidiosa sensazione d’incompiutezza.

I primi venti minuti stenderebbero davvero un elefante, con una mediocrità d’illuminazione, contenuto e messa in scena da lasciare basiti, fosse stata l’opera di un esordiente probabilmente saremmo usciti dalla sala di corsa; ma è Farhadi, bisogna dare fiducia e, dopo un tragico evento che non vi anticipiamo (anche se dal trailer si capisce davvero fin troppo), il film trova un suo ritmo e un suo pathos, di grana grossa ma indubbiamente avvincente. La parte centrale funziona, spande a piene mani dubbi e drammi, magari prevedibili (il colpo di scena chiave del secondo atto potreste indovinarlo con discreto anticipo) ma di solido intrattenimento. L’ultima mezz’ora, invece, affastella una dietro l’altra una serie di occasioni mancate che fanno lasciare la sala con l’amaro in bocca.

Andiamo velocemente ad analizzare i particolari: il nutrito numero di comprimari, ognuno con il suo spazio, riempie le inquadrature meglio dei protagonisti, con la Cruz inspiegabilmente sottoutilizzata nella seconda parte, quando è Bardem a prendersi il film sulle ampie spalle con due/tre scene madri di forte impatto. La messa in scena di Farhadi alza di una tacca almeno il livello della sua stessa sceneggiatura, grazie ad una macchina da presa in perenne movimento, concentratissima sui piani d’ascolto alternati grazie ad un montaggio ritmico spesso brillante, di sicuro mai banale. Alcuni leitmotiv visivi (un cigolante cancello di ferro mosso dal vento, una vecchia torre dell’orologio depositaria di ricordi, l’abbagliante luce che ritorna a fendere le fosche tenebre sul viso di un personaggio e che inghiotte tutto e tutti nell’ultima inquadratura) incorniciano la narrazione e la rafforzano, specie nei momenti, non pochi, in cui la soap opera prende il posto del dramma.

In sintesi non lo sconsigliamo, ma due ore di intrattenimento ben impaginato non sono quello a cui Farhadi ci aveva abituati in tutte le sue opere precenenti. La trasferta spagnola, ribadiamo, non ha funzionato a dovere: scollato dalla sua terra e senza vere urgenze dal punto di vista sociale, il regista non fa altro che riproporre schemi e dinamiche già ampiamente battuti ed esplorati, sempre meglio di così. Non crediamo proprio che, tra due settimane, la Giuria avrà ancora in testa questo film, se non per un premio a Bardem in mancanza di altri forti ruoli maschili. Staremo a vedere.

 

 

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