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Cannes 2018 — Fuori Concorso e Un Certain Regard

Nei giorni affollati e convulsi di visioni, file e corse da una sala all’altra che contraddistinguono qualunque partecipazione ad un grande festival, spesso non si riesce a dare conto di tutta la mole di film visti, specie fuori dall’obbligato e accentrante faro del Concorso ufficiale che ogni rivista rivolta a tutti i tipi di pubblico, come la nostra, è obbligata a seguire. Ne approfittiamo, con questo resoconto, per parlare in maniera agile di quanto abbiamo visto Fuori Concorso e nella sezione “Un Certain Regard” del Festival di Cannes 2018, la competizione B riservata, sulla carta, alla scoperta di nuovi autori o ad ospitare nomi di culto che presentano opere ritenute minori o eccessivamente “problematiche”. E’ dalla qualità di queste sezioni che si tasta davvero il polso della selezione di un grande festival, delle sue scelte qualitative e geopolitiche, dell’idea di cinema che s’intende diffondere. Il decano Thierry Frémaux, alla 17ma edizione personalmente diretta, e intenzionato a continuare ancora per chissà quanto, pare scegliere spesso i nuovi nomi senza particolare ricerca, attento a bilanciare innovazione e conservazione, buonismo e politicamente scorretto, di sicuro UN modo d’intendere la missione del più grande festival del mondo, forse non IL modo che tanti esperti e appassionati vorrebbero venisse applicato, non ultimo chi vi scrive.

Andiamo ai film. Vi abbiamo dato conto, con le recensioni, dei due eventi mediatici, le uniche presentazioni Fuori Concorso capaci di attirare il grande pubblico di per se stesse, quelle di “The House That Jack Built” di Lars Von Trier e del nuovo spin-off dell’epopea creata da George Lucas, Solo – A Star Wars Story”C’era grande attesa però, tra le proiezioni di mezzanotte, anche per il nuovo adattamento cinematografico del capolavoro della narrativa fantascientifica “Fahrenheit 451″, realizzato per Hbo da Ramin Bahrani, che l’ha diretto in proprio e sceneggiato con l’amico e collaboratore Amir Naderi. Grandi nomi coinvolti, due star come Michael B. Jordan Michael Shannon nei ruoli principali e le felice idea di adattare la distopia aggiornandola con un’implementazione della deriva “social”, che faceva apparire come dovuto l’aggiornamento della storia sui pompieri che bruciano i libri per sterilizzare il pensiero del popolo. Qualche monologo fantapolitico che si sente uscito dalla penna di Naderi, e una piattezza generale che rende subito il tutto di pochissimo interesse. Quasi un disastro, niente più che un Tv-movie che non merita l’approdo in sala. Un peccato, riguardatevi il film che Truffaut ne trasse nel 1966, questo non ha un grammo di quella forza, e non parliamo del film migliore del maestro francese.

Molto bene invece ci è andata con gli altri due “midnight movies”, inadatti al ruolo ma presentati in quella fascia oraria: “Arctic” di Joe Penna è “Revenant” senza pretenziosità e muscolari vezzi autoriali, un “survival movie” semplice e profondo, con un granitico Mads Mikkelsen a reggere sulle ampie spalle tutta la baracca. Penso nell’Artico, con l’esperienza di una vita in montagna comunicata con piccoli cenni, Mads combatte con il freddo, le asperità, gli orsi, la voglia di non lasciarsi ulteriori cadaveri alle spalle: un film morale senza essere moralista, che intrattiene e coinvolge, con il passo dei piccoli classici. Consigliato. Arriva dalla Corea del Sud invece, che ogni anno piazza in questa sezione uno/due titoli di forte impatto (ricordiamo il pluriacclamato zombie-horror “Train to Busan” di qualche anno fa), “The Spy Gone North”, vorticoso spy-movie a cavallo tra le due Coree, calato a Cannes proprio nel momento del disgelo che sembra avere avuto inizio tra le due metà del Paese diviso dal 38mo Parallelo Nord, perfettamente in tema. La storia (vera) di una spia del Sud che, negli anni Novanta, vine infiltrata al Nord per poi ritrovarsi in un pericolosissimo intrigo politico-economico che coinvolge i vertici dei due Paesi, “grande leader” Kim Jong-il compreso, dipinto come una sorta di Blofeld (007) con cagnolino d’ordinanza. Ma non sarà l’unico “villain”, forse nemmeno quello piùpericoloso. Un film di riunioni, trattative, stanze accessibili a pochi eletti, ma vorticoso e dal ritmo forsennato, che vi terrà avvinghiati dal primo all’ultimo minuto.

Veloce ricognizione sui titoli più belli visti al “Certain Regard”, a cominciare dal film che ha giustamente trionfato per la miglior regia, “Donbass” di Sergej Loznitsa. Dopo il Concorso dello scorso anno con “A Gentle Creature”, Loznitsa continua a raccontare la sua Ucraina e i rapporti con la Russia, questa volta tuffandosi nel conflitto di confine tra i due Paesi che ancora prosegue, tra recrudescenze e momenti di calma (spesso) apparente. Camera da presa a orchestrare lunghe sequenze dinamiche e dilatate non in maniera statica ma con febbrile movimento di cose e persone, un cinema magnetico e nichilista, polemico e sferzante che non rispetta nessuno e non fa prigionieri. Le sequenze più dure di questa kermesse vengono da qui, non dai film di Garrone e von Trier. Interno giorno, un camion, delle comparse vengono truccate, non per un film, ma per dire il falso in un’intervista apparentemente casuale da semplice passante in un Tg: complici della falsificazione del reale, per questo eliminati, sostituiti da nuova carne da macello, mentre un ladruncolo, che abbiamo visto vessato dalla burocrazia in precedenza, ripulisce i corpi degli effetti personali: crudele, ma imperdibile, uno dei grandi film di quest’anno.

La Caméra d’Or come miglior regista esordiente va al belga Lucas Dhont, che con “Girl” fa portare a casa al suo strepitoso interprete Oliver Bodart il premio per la migliore interpretazione, che in questa sezione non è diviso tra maschile e femminile, ed è quindi il premio perfetto per la performance “transgender” dell’attore. La transizione da un corpo maschile a uno femminile di un adolescente, le difficoltà fisiche, psicologiche e relazionali, la danza a simboleggiare e a racchiudere tutto questo. Un film non nuovissimo nell’impianto, ma di sicuro nel modo di trattare tematiche (ancora) scomode con occhio limpido e neutro, che non giudica e non giustifica. Difficilissimo, e quindi il risultato è ancor più un mezzo miracolo.

L’operazione simpatia di quest’edizione arriva dal Kenya, per la prima volta in competizione: “Rafiki” di Wanuri Kahiu è una piccola storia d’amore tra due ragazze, ipercensurata e vietata in patria, che ha la forza dell’urgenza espressiva, dove è davvero importante il tema perché, finora, non c’era stato modo di esprimerlo e rappresentarlo, per di più da UNA cineasta. Il Kenya che non ti aspetti, colori saturi, le piccole tensioni politiche di paese, i personaggi amabili che diventano di spaventosa ferocia quando si tratta di deviare un passo dalla morale comune, imposta e considerata granitica. In sala, a sostenere ed appoggiare il film, quattro delle cinque giurate della Giuria Ufficiale, compresa la presidente Cate Blanchett. Applausi meritati, e una lacrima colta a rigare, alla fine della proeizione, il suo volto come il nostro.

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