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Cannes 2018 — La 71a edizione

Con qualche giorno di anticipo rispetto al solito, si apre questa sera la 71ma edizione del Festival di Cannes, che chiuderà i battenti con l’assegnazione della Palma d’Oro sabato 19 maggio.

Un’edizione nata già sull’onda di polemiche e infinite discussioni che nulla hanno a che vedere con la composizione e la qualità della Selezione Ufficiale, ma riguardanti le modalità di fruizione per gli addetti ai lavori. Riassumiamo brevemente le novità di quest’anno, anche se potrebbero interessarvi poco, perché saranno inevitabilmente coinvolte le tempistiche con cui il sottoscritto, e tutto il resto della critica mondiale, relazionerà e recensirà le opere che passeranno sulla Croisette: la stampa vedrà i film in contemporanea o, qualche volta, DOPO la proiezione ufficiale di gala con pubblico e cast.

Il Festival ha ritenuto di prendere questo provvedimento per evitare che, specie per i casi di film mal recepiti e brutalmente stroncati, le opere arrivassero già “bollite” alla première sotto il fuoco di fila di commenti e microrecensioni sui vari social. In sintesi, tanto rumore per (quasi) nulla, aspettare qualche ora non può che far bene, in modo da partorire analisi più meditate e meno legate all’impatto emotivo immediato, spesso fuorviante. Per i quotidiani cartacei arrivare con due giorni di ritardo sarà indubbiamente un problema, ma non possiamo farci certo carico del disagio di tutti.

La crociata anti molestie sessuali, invece, seppur doverosa nella sostanza, ci lascia assolutamente basiti nella forma: in ogni kit per gli accreditati c’è una simpatica cartolina che invita a comportarsi bene, come se negli anni passati si consumassero chissà quali ignominiosi reati tra la sala stampa e e le aree ristoro. Istituito anche un numero verde per le denunce: vorremmo davvero avere nella vita la mole di lavoro che avrà l’addetto di quel call center in questi giorni …

Ma iniziamo a parlare di cinema, che è l’unica cosa che conta. Sulla carta quest’edizione, al netto dei “soliti” noti e fedelissimi autori, sembra arrischiarsi più del solito in territori inesplorati e (potenzialmente) intellettualmente stimolanti. L’assenza, soprattutto, del grande cinema commerciale americano, ormai dirottato sul connubio settembrino Venezia/Toronto, rende quest’edizione forse meno appetibile per il pubblico medio o poco interessato alla Settima Arte, ma potrebbe finalmente farle recuperare quello status di faro sui territori poco esplorati che ha sempre avuto e che sembrava aver irrimediabilmente perduto negli ultimi anni.

La diatriba con Netflix, esplosa l’anno scorso con la partecipazione dei film di Bong Joon-ho e Noah Baumbach, e legata all’obbligo di uscita nelle sale francesi dei film selezionati (obbligo a cui Netflix non intende in alcun modo sottostare, almeno al momento) ha portato il direttore Thierry Frémaux ad iniziare una guerra di religione tra sale, film e serie Tv alla quale tutti noi, è completamente inutile negarlo, non vediamo l’ora di partecipare, ognuno schierato nella sua posizione. Si sta ironizzando, ma nemmeno troppo, ma riteniamo che il riposizionamento “ideologico” della manifestazione cinematografica (ancora) più grande al mondo sia un tentativo, vedremo quanto riuscito, di provare a rimanere fondamentale e di riferimento. C’è una grande, gigantesca eccezione, perché almeno una grossa produzione statunitense fuori concorso c’è, e parliamo di “Solo: A Star Wars Story” di Ron Howard, il nuovo capitolo “prequel” della saga più famosa di sempre, scritto dall’altro grande vecchio Lawrence Kasdan. Spasmodica attesa, inutile negarlo.

E occupiamoci, allora, dei film in competizione con una veloce ricognizione che inizia dai film italiani, con il nostro Paese che torna in Concorso dopo due anni di assenza. E due sono anche i nostri rappresentanti: Matteo Garrone e il suo attesissimo “Dogman”, drammatizzazione (opera dello stesso Garrone e di Ugo Chiti Massimo Gaudioso) di un famoso episodio di cronaca nera del 1988, il cosiddetto “delitto del canaro”, l’omicidio del pugile dilettante Giancarlo Ricci per mano di Pietro De Negri; e “Lazzaro felice” di Alice Rohrwacher, già Gran Premio della Giuria nel 2014 con il precedente “Le meraviglie”, con Nicoletta Braschi e la sorella Alba.

La pattuglia francese, come al solito, è nutritissima. Si va da “En guerre” di Stéphane Brizé, qui in competizione due anni fa “La legge del mercato” e autore del bellissimo “Una vita”, da Maupassant, nel 2016 a Venezia, a “Plaire, aimer et courir vite” di Christophe Honoré. Grande attesa anche per Eva Husson e il suo “Les filles di soleil”. Capitolo grandi autori, e qui davvero c’è soltanto l’imbarazzo della scelta: Nuri Bilge Ceylan torna a Cannes, dopo la Palma d’Oro del 2014 con “Il regno d’inverno”, con “Ahlat agaci”, ancora avvolto nel più totale mistero e aggiunto all’ultimo momento, la pattuglia orientale si preannuncia agguerrita grazie alla presenza di Jia Zhang-ke, Lee Chang-dongHirokazu Kore-eda, tre cineasti straordinari, Pawel Pawlikowski, a qualche anno da “Ida” e dall’Oscar per il miglior film straniero, presenta la sua nuova opera “Zimna wojna”. Poi, più atteso di ogni altro per chi vi parla, arriva anche Jean-Luc Godard: disperavamo di trovarlo ancora in Concorso e, dopo l’affronto del pessimo biopic di Hazanavicius dello scorso anno, con “Le livre d’image” il cineasta che oggi batte bandiera svizzera è pronto per scuotere ancora una volta dalle fondamenta la concezione stessa della visione cinematografica. L’ultima volta in Concorso, Premio della Giuria nel 2014, fu per il sottoscritto un’esperienza quasi mistica.

Dagli Stati Uniti solo due rappresentanti, ma di spessore: il nuovo Spike Lee “BlacKkKlansman”, con Adam Driver, e il nuovo film della rivelazione di “It Follows”David Robert Mitchell. Il suo “Under the Silver Lake”, thriller/noir con Andrew Garfield, speriamo dia la botta “di genere” che tutti speriamo. Per due cineasti, invece, la partecipazione al Festival è garantita solo per le opere, ma loro non potranno esserci: parliamo di Kirill SerebrennikovJafar Panahi, interdetti per motivi politici all’espatrio da Russia e Iran. Parleranno qui con la forza delle loro opere, e speriamo che l’eco internazionale faccia da megafono per sanare una situazione francamente inaccettabile. Torna, finalmente, in Concorso anche l’Africa, con l’egiziano Abu Bakr Shawky.

La giuria di quest’anno, sulla carta, appare una delle più competenti e ben assortite di sempre: la Presidente Cate Blanchett, i registi Denis Villeneuve, Andrej Zvyagintsev, Robert Guédiguian e Ava DuVernay, le attrici Kristen Stewart Léa Seydoux, l’attore Chang Chen e la cantante e compositrice Khadja Nin.

Presenteremo successivamente le opere più interessanti di Un Certain RegardSemain de la Critique Quinzaine des Réalisateurs, per non dilungarci troppo, ma chiudiamo questo articolo con gli altri tre grossi calibri presentati fuori concorso. Lars von Trier torna a Cannes, dopo le polemiche e l’ostracismo legati alla sua “discutibile” provocazione in conferenza stampa ai tempi dello splendido “Melancholia”, con “The House that Jack Built”, thriller/horror che si annuncia crudissimo, sulle gesta di un serial killer interpretato da Matt Dillon. Nel cast anche Bruno GanzUma Thurman Jeremy Davies. Girato inizialmente per la televisione, Rahmin Bahrani (“99 Homes”) scrive e mette in scena la sua personale versione di “Fahrenheit 451″, grande classico della fantascienza distopica di Ray Bradbury già portato sullo schermo da François Truffaut, con Michael B. Jordan, Michael Shannon e, udite udite, il Keir Dullea di “2001-Odissea nello spazio” (che verrà qui proiettato in 70mm in una copia personalmente restaurata da Christopher Nolan e Hoyte Van Hoytema nel cinquantennale dall’uscita).

A chiudere, anche il festival, il travagliatissimo “The Man Who Killed Don Quixote” di Terry Gilliam, progetto inseguito per anni, abortito una prima volta (guardate il delizioso documentario “Lost in la Mancha” per essere edotti sull’incredibile serie di sventure che si abbatterono su quel set), che, anche ora a riprese terminate e inserito in Selezione Ufficiale, continua a mantenere un alone di mistero e d’incertezza attorno a sé. Il produttore Paulo Branco cerca di bloccarne l’uscita, e solo martedì prossimo si saprà il responso giuridico, e Gilliam, è notizia di oggi, pare sia stato vittima di un grave malore che potrebbe comunque comprometterne la partecipazione fisica al Festival. Una storia cinematografica anche di fuori dello schermo, un film che è già mito ed epica, l’opera per sempre inseguita che ha già sconfitto più di un cineasta, Orson Welles su tutti. Il capolavoro di Cervantes pare non s’abbia da fare, pena la dannazione e il malocchio contro chiunque ci provi: non è già questo un motivo per amare il film alla follia, qualunque sia il suo esito artistico?

C’è tantissimo, quindi, da vedere e di cui parlare, e non vi ho ancora menzionato gli altri italiani (Valeria Golino, Gianni Zanasi, Stefano Savona e un corto di Marco Bellocchio), né il provocatore di professione Gaspar Noé, l’esordio alla regia di Paul Dano o il documentario di Kevin Macdonald su Whitney Houston. Sarà bellissimo vedere tutto, o il più possibile, e darvene conto. Restate connessi.

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