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  • Cannes 2018 — Lazzaro Felice

    Diretto da Alice Rohrwacher

    Data di uscita: 31-05-2018

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Sta dividendo in maniera polarizzata le opinioni della critica qui a Cannes, ma noi siamo ancora qui a lustrarci gli occhi per il piccolo miracolo a cui abbiamo assistito. Perché “Lazzaro felice” di Alice Rohrwacher è davvero un film desueto per il nostro cinema votato al realismo o al disimpegno, e l’occhio della cineasta di Fiesole è una rarità da custodire gelosamente. Applauditissima alla proiezione ufficiale del Concorso di Cannes 2018, la Rohrwacher presenta un film che si poggia sulle spalle dei grandi maestri del nostro cinema del passato, li cita e cerca di attualizzarne il discorso, pur rimanendo ancora una volta meravigliosamente fuori dal tempo. Ci era già piaciuto tanto “Le meraviglie”, l’opera precedente, che quattro anni fa si portò a casa il Gran Premio della Giuria proprio qui a Cannes, ma qui si fa un passo in più, uno scarto in avanti. Alle caratteristiche sempre presenti nel suo cinema, come la rappresentazione della vita contadina, si aggiungono una purezza di sguardo e una capacità di astrazione davvero notevoli; peccato per il finale un po’ scollato dal resto, ma è davvero il classico pelo nell’uovo.

Lazzaro (Adriano Tardiolo) è un giovane contadino, dal carattere estremamente buono e semplice, che ha un forte legame di amicizia con Tancredi (Luca Chikovani/Tommaso Ragno), figlio della marchesa Alfonsina De Luna (Nicoletta Braschi), donna dal carattere forte e duro, nota anche come “la regina delle sigarette”. La loro amicizia si rafforza ulteriormente quando Tancredi chiede a Lazzaro di aiutarlo ad organizzare il suo stesso rapimento. Il legame di amicizia è talmente forte e prolungato nel tempo da spingere Lazzaro a recarsi per la prima volta nella sua vita, dopo un evento traumatico, in una grande città alla ricerca di Tancredi.

Il grande inganno. Quello dei padroni nei confronti dei contadini tenuti a mezzadria. Quello del grande capitale che espropria i terreni e desertifica le campagne. Quello della Chiesa e delle istituzioni religiose, apparentemente vicine agli ultimi ma sempre asservite, invece, ai padroni. Non possiamo fornirvi troppi particolari sulle vicissitudini di Lazzaro, per non rovinarvi la visione in sala dal 31 maggio prossimo, ma in sede di commento questo, per una volta, non rappresenta davvero una limitazione. Un film diviso in due, prima la campagna, poi la città, prima Olmi (“L’albero degli zoccoli”) e Bertolucci (“Novecento”) come numi tutelari, poi il De Sica di “Miracolo a Milano”, oltre ad uno sguardo pasoliniano prossimo agli “umili” raccontati, che non restituisce mai l’impressione di essere scritto in salotto, come tanto cinema neo/neorealista odierno.

La presa di coscienza della propria condizione di classe, nel finale del capolavoro di Olmi, qui diventa vertigine esistenziale senza ritorno. Il nostro Candide, interpretato splendidamente dalla giovane rivelazione Tardiolo, attraversa il tempo e lo spazio alla ricerca di un (quasi) fratello molto meno interessato al rapporto di quanto non lo sia lui, non è sfiorato da nulla e al contempo sente tutto, fino ad un momento in cui non sarà semplice andare avanti, quando persino la musica sacra proveniente dall’organo di una Chiesa diventa insopportabile privilegio. Realismo magico e materialità terrigna, elementi all’apparenza contrastanti ma in costante equilibrio, una regista/sceneggiatrice che eccelle, vivaddio, nell’una e nell’altra cosa, l’armoniosità come faro che segna la strada anche a scapito della logica consequenzialità di eventi e ambienti.

Lasciatevi andare, quando vedrete questo splendido film in sala, non pensate troppo a qualche incongruenza che fa capolino ogni tanto. Siamo, come spettatori italiani, disabituati a questo cinema così aereo, simbolico, dalla parte, ci ripetiamo ancora una volta, degli ultimi. Che non sono brutti, sporchi né cattivi, ma solo impegnati a sopravvivere, giorno dopo giorno, senza farsi stritolare da quelle sovrastrutture che, ai margini, vogliono tenerli in tutti i modi. Lo spirito selvaggio di un lupo può donare la vita a chi ha un odore da “uomo buono” ma, prima o poi, tornerà a riprendersela. Applausi.

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