Home > Recensioni > Cannes 2018 — Le Livre d’Image

Non è proprio possibile recensire un’opera di Jean-Luc Godard in maniera ordinaria, trattandola come un film del Concorso “qualunque”. Per la straordinarietà del suo percorso artistico (la cosiddetta “terza fase” della sua carriera iniziata quasi trent’anni fa), per il deficit culturale che non abbiamo nessun problema a dichiarare, per l’impossibilità di ricondurre in un percorso critico e analitico tutte le miriadi di suggestioni, percorsi tematici e intellettuali, citazioni e rimandi di cui è ricolma quest’ultima opera, così come le precedenti. Perché “Le Livre d’Image”, come è chiaro fin dal titolo, è uno zibaldone d’immagini, sequenze cinematografiche, video e riprese girate appositamente, unite, sovrapposte, giustapposte una all’altra, riprocessate in modo da modificarne la scala cromatica, in una sola parola MANIPOLATE. È proprio dalle mani del regista francese, ormai residente da tempo in Svizzera, che tutto parte, inquadrate mentre toccano una pellicola e la fanno scorrere: per Godard il cinema è morto da tempo, quel che si può ancora fare è ridargli vita rimettendolo in bobina, ricombinando le sequenze dei film del passato per produrre nuovo senso, magari suddividendo ulteriormente l’immagine e la colonna audio. Le teorie del montaggio della scuola d’avanguardia sovietica degli anni Venti (Ėjzenštejn e Vertov massimi esponenti) applicate al profluvio di nuovi formati di ripresa del XXI secolo.

Il film (ma ci vorrebbe una definizione nuova per questa sorta di iperfilm che nega il cinema e insieme lo eleva a monumento ed enciclopedia dell’azione umana in tutte le sue forme) è composto da vari capitoli e, tentando uno scheletro di sinossi, vuole edificare una sorta di epitaffio del Novecento occidentale volto a lanciare uno sguardo amorevole su Medio Oriente e Maghreb, unici luoghi della nostra epoca “dove tutto è ancora possibile, perfino la rivoluzione”. Qualche titolo: Archivi e morale, Remakes/rim(ak)es, Sotto gli occhi dell’Occidente. Tra i film di cui vediamo sequenze, invece, troviamo “Johnny Guitar”, “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, “Furore”, “L’Atalante”, “Decameron”, per fermarsi solo a (qualcuno di) quelli più celeberrimi.

La voce di Godard accompagna la visione, usa i canali audio arrivando ogni volta da un lato diverso, e lui bofonchia, pontifica, tossisce, tutto lasciato lì, quasi con l’illusione di un commento in diretta. La tristezza, più che il pessimismo, di un grande artista sulla soglia dei novant’anni autoreclusosi nel suo magistero audiovisivo si percepisce palesemente, ma il suo sguardo è sempre proiettato al di fuori, rivolto al mondo, mai ombelicale e ripiegato su se stesso. La lapide di Rosa Luxemburg, uno dei “Freaks” di Tod Browning che sembra guardare divertito, in controcampo, un uomo che lecca un ano, immagini di processi, di uomini sottoposti a quella violenza che tutti convenzionalmente accettiamo e che chiamiamo legge, la “violenza dell’atto di rappresentare e l’onanismo dell’autorappresentazione”, “i ribelli dell’ordine prestabilito [che] hanno rinunciato ad ogni azione brutale”, il paradosso di un’opprimente nostalgia verso gli orrori del secolo scorso testimonianti però vitalità, lo sconforto di vedere (e ritenere) l’Europa morta o morente, appunti sparsi per cercare di replicare indegnamente lo stile della/e pellicola/e e farvi intuire di cosa si tratta. Immagini troncate, dissolvenze in nero, velocizzazioni e rallentamenti, il frammento (e il suo utilizzo) che è libertà contrapposta alla dittatura del significato imposto.

Non ha alcun senso un voto, che ho comunque espresso, perchè valutare un oggetto audiovisivo così alieno rispetto a tutti gli altri con lo stesso metro di giudizio è esercizio sterile. E lo stesso vale per la presenza in Concorso che, anche se un premio glielo si concederà come per “Adieu au langage” nel 2014, sarà comunque e sempre alla carriera. Questa sorta di nuovo capitolo delle “Histoire(s) du cinéma” (che vi consiglio di recuperare, perdendovi nel flusso delle immagini) è esattamente quello che ci aspettavamo tutti da lui. E, vista la portata dell’attesa, non è davvero poco.

P.S. Appendice al film oggi in una conferenza stampa che si ricorderà per molto tempo. Godard collegato da casa, una persona regge un cellulare sul quale spunta il suo faccione sempre accompagnato dal fedele sigaro, ed ogni giornalista sfila ed arriva davanti, a fare la domanda, a ricevere la propria risposta come si trattasse di prendere la Comunione. Sarà il futuro delle conferenze stampa, quando anche i giornalisti porranno le domande da casa propria? In ogni caso, innovativo e anticipatore, anni avanti a tutti, ancora oggi, finchè avrà vita. Il genio artistico si manifesta in ogni azione.

 

 

 

 

 

 

 

 

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