Home > Recensioni > Cannes 2018 — Leto

Non è potuto essere qui a Cannes Kirill Serebrennikov, detenuto in patria per problemi legati al fisco che lui ha sempre sdegnosamente rigettato, e le manifestazioni di piazza che ne chiedevano la scarcerazione della scorsa estate (pur soggette a strumentalizzazioni interne da noi difficilmente decrittabili) in Russia fanno sospettare che sia stato il “solito” pretesto del governo putiniano per far tacere un dissidente scomodo. Ma, (al di là di ogni rivendicazione che può apparire innocentista) c’è comunque “Leto” (estate) in Concorso, un film che fa sentire forte la sua voce e quella della generazione “new wave” nell’Unione Sovietica del 1981, una realtà in bianco e nero ma con sprazzi di colore, energia e fantasia affidati alla gioventù non conforme, capace di assorbire i modelli anglofoni di riferimento e, nello spazio di UN’ALTRA generazione, interiorizzarli e farli propri, a partire dalla lingua autoctona nei testi delle canzoni. La sceneggiatura, dello stesso regista insieme ai lettoni (ma cittadini sovietici di nascita) Michael e Lily Idov è tratta dalle memorie di Natalia Naoumenko (interpretata dalla bellissima e bravissima Irina Starshenbaum), divisa tra l’amore per il compagno Mike (Roman Bilyk) e l’infatuazione per Viktor Tsoi (Teo Yoo), nuova stella in ascesa che, sotto l’ala di Mike, almeno inizialmente, arriverà a fondare la band Kino. Tutti personaggi, appunto, realmente esistiti.

Leningrado. Un’estate all’inizio degli anni Ottanta. Ai primi vagiti di Perestroïka, i dischi di Lou Reed, David Bowie. Marc Bolan e tanti altri si ascoltano clandestinamente, e comincia ad emergere una scena rock. L’incontro di Mike e della sua sposa Natasha con il diciannovenne Viktor, attorniati da musicisti e semplici appassionati, cambierà la storia del rock ‘n roll in Unione Sovietica.

Mettiamo subito le carte in tavola: per tutti gli amanti del glam, del post punk e nella new wave il film è una vera e propria manna dal cielo. Lo spirito rock è affidato ad uno stralunato personaggio, definito nei titoli di coda “Lo Scettico” (Alexander Kuznetsov), il cui solo apparire in scena provoca lo scatenarsi di momenti tra il musical e il videoclip, tutti chiusi con un cartello, fin troppo esibito, a dire il vero, anche quando il concetto è ormai chiaro, che recita, più o meno, “tutto questo non sta succedendo realmente”. In questi funambolici e stralunati “a parte” ascolteremo, ricantati e riarrangiati probabilmente per una questione di diritti oltre che per scelta artistica, grandi classici come “Psycho Killer” dei Talking Heads, “The Passenger” di Iggy Pop e “Perfect Day” di Lou Reed, scelte basilari ma rappresentative, veri e propri inni, al tempo e ancora oggi.

L’oppressione di regime rimane sullo sfondo, niente più che una carta da parati da strappare con forza per tutelare le voglie d’espressione individuale. Il problema più grande di un film centrifugo con troppi punti di vista e nessuno dei protagonisti con la forza drammaturgica di assumere su di sé la narrazione o almeno parte di essa, è proprio la mancanza del conflitto, se si esclude quello amoroso (l’opera è dedicata a chi lotta per amore). Per empatizzare con dei ribelli, bisogna detestare l’istituzione contro la quale si ribellano e, come già detto poche righe fa, il tutto è davvero appena accennato. Ci troviamo di fronte, insomma, ad oltre due ore di feste, falò in spiaggia, concerti sottoposti al vaglio della censura ma nemmeno poi troppo: siamo negli anni Ottanta, l’impero è già in decadenza, ma riteniamo che qualche scena in più dedicata al contesto (c’è un piccolo cenno alla chiamata di leva per l’Afghanistan di uno dei personaggi che non può che richiamare il finale di “Hair”, ma davvero breve) avrebbe di sicuro aiutato.

Serebrennikov dirige benissimo, la sua macchina da presa cerca le inquadrature più funzionali senza mai abbandonarsi (a parte rari casi) al puro estetismo, l’alternarsi di diversi formati è ben gestito. Siamo vicini, più di quanto gli stessi autori probabilmente ammettano, al “Giovani si diventa” di Noah Baumbach, con Mike e i suoi coetanei fondamentali per aprire la strada a Viktor, che si appropria della musica per diventare un artista RUSSO in toto (con gli occhi a mandorla, vestigia della grandezza e diversità etnica della gigantesca Unione Sovietica). Il rocker con figlia a carico e occhiali da sole perennemente inforcati sta “giocando” a fare il rocker, Viktor ne farà la propria professione, entrambi, però, moriranno giovanissimi, in circostanze diverse. L’unico tratto del maledettismo rock che li accomuna davvero, oltre all’amore per Natalia. Che, in un bel finale che arriva dopo una mezz’ora di ridondante inconsistenza (l’unica della pellicola, però), scalza finalmente i suoi amori per prendere il centro della scena, anche se troppo tardi. Se siete amanti dei generi musicali trattati, alzate tranquillamente di mezzo punto la valutazione.

 

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