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  • Cannes 2018 — Shoplifters (Manbiki Kazoku)

    Diretto da Hirokazu Kore-eda

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Una Palma d’Oro sacrosanta, per uno dei film migliori in competizione, per un autore (giustamente) selezionato dai più grandi festival internazionali ad ogni nuova opera: giubilo e festeggiamenti per Hirokazu Kore-eda e il suo “Shoplifters”, al secondo premio a Cannes dopo il Premio della Giuria nel 2013 per “Father and Son”. Un film tematicamente molto simile a quest’ultimo, teso a ribadire la centralità dei rapporti umani rispetto a quelli di sangue, che s’inserisce pienamente nel percorso autoriale di un cineasta mai declamatorio, sempre impegnato a sussurrare le sue idee e mai a urlarle, mettendole in bocca a personaggi non costruiti artificiosamente, o che quantomeno non restituiscono mai la sensazione delle opere a tesi, ma un’impressione di totale realtà, seppur straniante per lo spettatore occidentale non abituato a quei ritmi, a quei modi, a quel garbo. I grandi premi ai festival dovrebbero servire esattamente a questo, a conferire una sorta di marchio D.O.C. di cui il pubblico dovrebbe fidarsi, per entrare in contatto con cinematografie “altre” lontane dai propri files culturali. Kore-eda è uscito in sala con il suo film di due anni fa, “Little Sister”, e questa potrebbe e dovrebbe essere l’occasione per replicare.

Di ritorno da un nuovo furtarello in un supermercato, Osamu (Lily Franky) e suo figlio raccolgono per strada una bambina che sembra abbandonata a se stessa. All’inizio riluttante all’idea di ospitare la piccina per la notte, la moglie di Osamu (Kirin Kiki) accetta di occuparsi di lei quando scopre che i suoi genitori la maltrattano. Nonostante la loro povertà, vivendo di espedienti e piccoli furti che completano il loro magro salario, i membri di questa famiglia sembrano vivere felici, fino a quando un incidente rivela brutalmente il loro segreto …

In tutta la prima parte del film, Kore-eda ci mostra i membri di questa famiglia allargata (vedremo poi quanto) impegnati nei lavoretti e sotterfugi necessari per sopravvivere in una società che li tiene ai margini, che ne sfrutta il corpo in tanti modi diversi, con le scarse condizioni di sicurezza verso i lavoratori dei cantieri edili (non è forse legatissimo l’immaginario pop del Giappone alle sky-line dei grattacieli delle sue città? Ma chi li costruisce quegli edifici?), con gli sguardi lubrìchi di uomini pronti a pagare per masturbarsi su quel corpo esposto, con lo spietato approfittarsi di ogni condizione d’inferiorità, sia fisica che economica. Quando il punto di vista su questo universo cambia, la nostra prossimità è tale che il film raggiunge pienamente il suo obiettivo: farci empatizzare con chi sbaglia per aggirare le ottuse rigidità della legge e della morale comune.

Guardate la locandina riprodotta qui sopra, mostra un gruppo di persone felici, unite, capaci di raggiungere e condividere un contratto sociale non scritto e raggiungere un equilibrio di reciproca mutualità, cosa dovrebbe essere se non una famiglia? “Shoplifters” vuol dire taccheggiatori, che sarà da intendersi in tanti modi, non solo nel suo significato più immediato. Così Kore-eda imbastisce una piccola truffa ai danni dello spettatore, ma è la truffa di cui siamo sempre vittime, e dalla quale non vediamo  l’ora di farci nuovamente turlupinare: quella dei grandi narratori per immagini, degli autori che, nello spazio di un racconto, riescono a proporci la loro visione del mondo attraverso le vicende di finzione. Il cinema è illusionismo, alle sue origini era considerato alla stregua di un imbonitore dedito alla prestidigitazione, e, anche nelle vette più alte raggiunte con lo status di Settima Arte, non perde mai quella radice, quel contatto diretto con il pubblico che non può che venire dal primigenio “a me gli occhi”. Se qualcuno imputa a quest’ultima grande opera di Kore-eda il suo eccessivo schematismo narrativo, tutto quanto esposto sinora testimonia dove sta la nostra posizione.

Chiudiamo, per chiamare con forza alla sala voi spettatori quando il film arriverà, perché tutto il nostro lavoro dalla Croisette alla fine è teso (anche) a rendere più noti per voi film che non vedreste facilmente, con la citazione più immediata di tutte, con la prima che potrà venirvi in mente all’uscita. Diceva Fabrizio De André, in “Nella mia ora di libertà”, strepitoso pezzo del disco post-Sessantottino “Storia di un impiegato”, che “ci hanno insegnato la meraviglia verso la gente che ruba il pane, ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame”. Kore-eda non dice cose tanto diverse, ma il piano non è (solo) politico, è umano, è universale. Una Palma d’Oro, chiudiamo come abbiamo iniziato, sacrosanta.

 

 

 

 

 

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