Home > Recensioni > Cannes 2018 — The House That Jack Built

Ci dispiace davvero che “The House That Jack Built” sia stato selezionato Fuori Concorso a Cannes 2018, perché avremmo voluto difendere dialetticamente il film dai mille attacchi pretestuosi che gli stanno già piovendo addosso anche nei dibattiti infiniti che, tra qualche giorno, cominceranno a fiorire sui favoriti per la Palma: Lars von Trier, ancora una volta, per ambizione e maestosità del progetto, non è paragonabile ad altri se non a Godard in questo festival con qualche buon film ma con orizzonti tematici ed estetici abbastanza limitati, almeno all’interno della Selezione Ufficiale. Un magistero visivo edificato a se stesso, al cinema, al ruolo dell’artista nella società contemporanea, ai concetti di “morale” e “osceno” che stanno pericolosamente contraendo la loro ampiezza in nome di un politicamente corretto da inseguire e a cui tendere, ma anche da rigettare in toto quando viene usato per sterilizzare la libertà d’espressione artistica da ogni asperità e sgradevolezza. L’artista DEVE poter provocare, per porsi in contrapposizione critica con la realtà che lo circonda, e von Trier continua a farlo in maniera diretta, libero da ogni influenza, sordo ad ogni invito alla moderazione. C’è un gran bisogno di film come questo, e, permetteteci di urlarlo, di critici che si frappongano tra l’opera e ogni fuorviante forzatura interpretativa.

Anni Settanta, Stati Uniti. Seguiamo l’estremamente intelligente Jack (Matt Dillon) attraverso cinque “incidenti”, e veniamo introdotti agli omicidi che definiscono Jack come serial killer, sperimentando la storia dal suo punto di vista. Jack considera ogni suo omicidio un’opera d’arte, anche se le sue disfunzioni gli creano problemi col mondo esterno. Nonostante il definitivo e inevitabile intervento della polizia si stia avvicinando sempre più, Jack alza ogni volta l’asticella del rischio. Attraverso una conversazione con lo sconosciuto Verge (Bruno Ganz), ascolteremo la descrizione della sua condizione perosnale, dei suoi riferimenti culturali e una grottesca miscela di sofismi mescolati con un’auto-pietà quasi infantile.

Quella che leggete qui sopra è la sinossi UFFICIALE. Allo stesso modo in cui Jack sembra fare di tutto per farsi fermare dalle autorità, Lars cerca di avvertirci che le riflessioni che intervallano la narrazione sono banali, infantili, metafore al primo livello. Ma, nonostante i tentativi di autosabotaggio, Jack e Lars vanno avanti per la loro strada, omicidio dopo omicidio, film dopo film: questa volta anche più di altre, la totale identificazione tra personaggio e creatore viene sottolineata più volte, anche con il recupero di alcuni momenti e sequenze estrapolate, non a caso, dalle opere precedenti del cineasta danese. E ancora: il vicolo che porta alla cella frigorifera dove Jack scarica le sue vittime, e compone le sue creazioni, è lo stesso dove Joe viene picchiata e trovata da Seligman in “Nymphomaniac”, l’anticamera della creatività. Azzardiamo: l’esterno degli studi Zentropa? Vogliamo pensare che sia così …

Ci troviamo di fronte ad un’opera monumentale, dove von Trier parla di tutto, persino, non in maniera evidente e diretta naturalmente, delle polemiche relative alle sue esternazioni dopo “Melancholia” che lo resero inviso al Festival di Cannes, almeno fino a ieri sera. Si ragiona attorno al concetto di icona, isolandolo da ogni considerazione etica. Jack autocommenta le sue azioni, a intervalli regolari, mostrandoci dei cartelli in sequenza come nel celeberrimo video musicale (uno dei primi, forse IL primo della storia) di “Subterranean Homesick Blues” di Bob Dylan, dei sessantuno omicidi compiuti da Jack noi ne vediamo cinque nell’arco di dodici anni, come quelli celebri de “Lo squartatore” che ammazzava prostitute nella Londra vittoriana. Rinfoderate le sciabole delle solite accuse di misoginia e sessismo che vengono tirate fuori ad ogni nuova opera del Nostro, fuori luogo qui come sempre, il campionario umano delle vittime dei primi quattro omicidi è vario e, soprattutto, selezionato e la strage di uomini nel quinto riequilibra ampiamente le cose, con un’ennesimo (sotto)testo in più: gli uomini sono carne da macello, non c’è alcun bisogno di manipolazione e plagio intellettuale per levarli di mezzo.

Un consiglio: non prendete troppo sul serio le ondate di violenza bruta che arrivano dallo schermo, mettete un filtro “pop” tra voi e gli avvenimenti ed andate oltre, riconoscendo la distanza con la quale, esclusi un paio di momenti, tutto è riconducibile all’intelletto e non alla pancia. Del resto anche Tarantino, per fare un esempio celebre, ai tempi dei primi due film era accusato di sadismo e compiacimento nel (e del) macabro. Lars c’ha fatto il callo, non riuscirà mai a scrollarsi di dosso le frettolose etichette e, in un finale dantesco e faustiano, accetta tutto con stoica rassegnazione. Del resto i Campi Elisi del consenso incondizionato sono bucolici, monotoni ed estremamente noiosi, meglio bruciare nel sacro fuoco della libertà creativa.

Doppio speculare di “Nymphomaniac”, dove al femminino generatore viene contrapposta la pulsione distruttiva del maschio, il film sembra davvero definitivo, la chiusura di un cerchio, speriamo solo relativo a questa fase della carriera. Non sappiamo come Lars riemergerà, se lo farà, dalla fossa in cui si è fatto spronfondare. Non abbiamo parlato degli attori, di movimenti di macchina, di scelte estetiche, e ce ne rammarichiamo, ma fa tutto parte del grande gioco ordito dal suo creatore che, anche non v’interessasse, vi metterà comunque davanti ad un thriller teso e durissimo, che piacerà tanto, ci scommetto, anche agli amanti di “Henry – Pioggia di sangue” e prodotti similari.

La casa che Jack edifica, non vi togliamo la sorpresa di scoprire come e con quali materiali, è stata progettata e disegnata dallo stesso regista, architetto più che ingegnere. C’è chi scrive lo spartito e chi lo suona, e c’è anche chi ha il coraggio e la sfrontatezza di provare a fare entrambe le cose. Chapeau a chi osa, a chi è ambizioso senza che questo nuocia a nessun altro se non a se stesso. Se poi odiate von Trier non sarà certo questo film a farvi cambiare opinione ma, permettetemi per una volta di dirla tutta, sarà soltanto un problema vostro.

Pro

Contro

Scroll To Top