Home > Recensioni > Cannes 2018 — The Man Who Killed Don Quixote

Ce l’ha fatta, Terry Gilliam. Dopo una delle più lunghe gestazioni della storia del cinema, abbiamo potuto vedere “The Man Who Killed Don Quixote” come evento di chiusura Fuori Concorso in anteprima al Festival di Cannes 2018, e il film è stato distribuito, dallo stesso giorno, anche in alcune sale francesi. Cosa importante, quest’ultima, perché certifica che questo è il film nella versione definitiva, e probabilmente non ci si metterà più mano, mentre, come cercheremo di spiegarvi, il bisogno di un passaggio ulteriore in sala di montaggio ci è sembrata una delle caratteristiche più peculiari di queste due ore e dieci minuti di puro Gilliam senza controllo, lanciato al galoppo da una sequenza fantasiosa all’altra come don Chisciotte all’avvistamento dei giganti/mulini a vento. Un’opera piena di metacinema, formati di ripresa diversi, viaggi onirici (e non) nel tempo, grandangoli sghembi, accorati inni contro il potere, un’intera carriera condensata e non amalgamata, che vuole dire tutto senza concentrarsi davvero su nulla. Gilliam sembra tornato giovane, quello dei tempi di “Jabberwocky” e “I banditi del tempo”, una regressione infantile che è anche un inno alla purezza degli esordi, a quell’autore che, dopo le geniali follie coi Monty Phyton, da “Brazil” a “Paura e delirio a Las Vegas” (escluso, forse) aveva poi trovato uno stile di compromesso unico e ancora riconoscibile, declinandolo in ogni modo, dalla fantascienza distopica all’avventurosa trasposizione romanzesca, dal dramma stralunato allo stoner biopic. Ma il ritorno senile all’innocenza non ha più i contorni del passato, semmai quelli della rivendicazione di un’immaturità che è facile confondere con la libertà.

Toby (Adam Driver), un giovane regista pubblicitario cinico e disilluso, si ritrova prigioniero delle folli illusioni di un vecchio calzolaio spagnolo convinto di essere don Chisciotte (Jonathan Pryce). Imbarcatosi in un’avventura sempre più surreale, Toby è costretto a fronteggiare le conseguenze tragiche di un film che realizzò quando era ancora un giovane idealista: quel piccolo film da studente che traeva ispirazione da Cervantes ha cambiato per sempre i sogni e le speranze di un piccolo paesello spagnolo. Sarà in grado Toby di ritrovare un po’ di umanità? E don Chisciotte sopravviverà alla sua follia?

Il fatto che questo film si sia potuto fare rimane la cosa più importante dell’intera operazione, una vittoria romantica contro i mille problemi che hanno tormentato Gilliam (e altre produzioni che negli anni avevano cercato di adattare il Chisciotte, su tutte quella travagliata di Orson Welles finita, e massacrata, poi anni dopo da Jess Franco) e che avevano ormai reso la storia della produzione un vero e proprio film fuori dal film. Il regista questo lo sa, e inserisce più di una troupe all’interno della narrazione, continuando il gioco del fuori/dentro il cinema forse per una volta di troppo, mostrandoci un regista, il Toby di Adam Driver, che sfrutta e viene sfruttato, addomestica la sua purezza (troppo, in questo molto diverso dal suo autore, oltre che molto più giovane) per poi ritornare ai suoi ideali dopo una serie di avvenimenti che si succedono a rotta di collo. C’era un’idea migliore di quella di rendere don Chisciotte un vecchio popolano prigioniero dell’illusione del cinema, un cinema “underground” dipinto come sfruttatore e manipolatore della realtà di cui si appropria come e più dei truffatori di notorietà stile “L’uomo delle stelle” di Tornatore (un film che alcuni sorprendenti punti di contatto con quello di Gilliam), così come il personaggio di Cervantes lo era dei romanzi cavallereschi? Probabilmente no, e le buonissime idee di soggetto riescono comunque a salvare l’operazione dal disastro, sempre dietro l’angolo.

Perché tutto è completamente fuori controllo per troppo tempo, fuori controllo per tutti, personaggi, istanza narrante e spettatori, che si troveranno ad assistere ad una miriade di segmenti appiccicati uno all’altro spesso con forzate connessioni, come il viaggio onirico (?) nel XVII secolo completamente buttato via, insieme al talento di grandi attori come Sergi LopezRossy De Palma. Ci sono anche   Stellan Skarsgård Olga Kurylenko in caratterizzazioni non indimenticabili, specie quest’ultima. Il posto giusto per la proiezione al Festival di Cannes non era di sicuro una chiusura Fuori Concorso lontana dalla grande eco mediatica e assorbita dalla Cerimonia di premiazione, né un’eventuale presenza in competizione (dove sarebbe dovuto essere senza i problemi giudiziari degli ultimissimi giorni con il produttore Paulo Branco), ma una proiezione di mezzanotte, dove avrebbe acquisito probabilmente subito quello status di “cult” che crediamo abbia le caratteristiche per diventare in tempi non lunghi. Film imperfetto ma vitale, che si può seguire di continuo come a strappi (così da creare ognuno il proprio montaggio, pensate che occasione), rapsodico e imbarazzante, respingente e attraente, che vive proprio del suo essere una sintesi sotto acido, senza il passo della maturità né la freschezza dell’innocenza, ma in una pericolosa linea di confine.

Torniamo all’inizio, al montaggio: da questi febbrili 130 minuti siamo sicuri si potrebbe trovare un’opera di 90 più compiuta e centrata, più ingabbiata in una struttura narrativa coerente al servizio della strepitosa idea di soggetto, ma forse ci allontaneremmo, anche migliorando il film, da quello spirito di libertà totale di cui la sua stessa esistenza lo rende manifesto. Ma, e possiamo dirlo con franchezza anche per l’amore che ci lega visceralmente da sempre al regista di Minneapolis, siamo delusi proprio da Gilliam, e dal suo geniale operatore monocolo Nicola Pecorini, dallo scarso gusto con cui assemblano un materiale che sembra si siano molto divertiti a girare (è proprio il caso di dure nonostante tutto) pur portandolo a casa con fatica: ritengono che sotto i nostri occhi debba finire il più possibile di quel lavoro.

Chiudiamo con i due attori principali. Adam Driver, che eredita molte scene dalla versione precedente non portata a termine nel Duemila, quando il suo ruolo era stato affidato a Johnny Depp, si districa molto bene dalle secche di un ruolo sempre a rischio di autoparodia (e quindi perfetto per Depp, appunto), mentre Pryce, che sostituisce i (purtroppo) defunti Jean Rochefort John Hurt, accresce e carica il suo ruolo di tutti i lavori precedenti con Gilliam, chiudendo una commovente parabola che si apre con il Sam Lowry di “Brazil”, per chiudersi con questo (comunque) adorabile vecchietto masticato e poi sputato via dalla macchina cinema. Sapete tutto ora, e deciderete cosa far diventare e come recepire “The Man Who Killed Don Quixote”: innanzitutto, cominciate a non credere al pessimismo dei sognatori, all’impossibilità di contrapporsi al potere, al fatto, per dirla tutta, che don Chisciotte possa morire. Gilliam è lì a dimostrare che bisogna credere ai sogni, sempre, oltre ogni logica. Non un messaggio banale da consegnare al mondo, seppur già consegnato mille volte.

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