Home > Recensioni > Cannes 2018 — Under the Silver Lake

Dopo il precedente “It Follows”, unanimemente apprezzato come uno degli horror capofila del nuovo millennio, era grandemente atteso lo sbarco di David Robert Mitchell nel cinema “di serie A”, certificato dalla selezione per il Concorso ufficiale di Cannes 2018: attese parzialmente deluse, è bene chiarirlo subito. Un’opera che divora se stessa minuto dopo minuto, con tante linee narrative e tematiche che arrivano a sovrapporsi ipertroficamente facendo perdere al film centro e focalizzazione. Desidereremmo, comunque, che questa parziale battuta d’arresto (l’impressione è che il risultato di botteghino corrisponderà alle valutazioni critiche) non arrivi a chiudere le porte al regista, che conferma invece di essere un occhio (potenzialmente) importante per il cinema americano contemporaneo. S’inserisce nel filone del neo-noir ambientato nel sottobosco della Fabbrica dei Sogni hollywoodiana, che trova ispirazione letteraria dai romanzi di James Ellroy e Thomas Pynchon, e cinematografica da tanti (grandi) esempi realizzati nel genere nell’ultimo ventennio (“Mulholland Drive”, “Maps to the Stars”, “The Canyons” e “Vizio di forma”, per la paranoia e l’indagine deformata da stoner movie), rimanendo inferiore a tutti i citati, e ci mancherebbe altro visti i nomi degli autori, ma risultando potenzialmente più attrattivo per un certo tipo di pubblico, i 35/45enni cresciuti, per la prima volta nella storia in maniera così massiva, a pane e cultura pop. È questa la caratteristica che lo rende differente, e ambiziosissimo, il voler essere una sorta di “Ready Player One” dell’indie/pop/grunge/nerd e insieme un’ode (funeraria) al cinema classico americano, decisamente TROPPO per un solo film.

Sam (Andrew Garfield), trentatreenne senza impiego che vive a Los Angeles, sogna la celebrità. Quando Sarah (Riley Keough), una giovane ed enigmatica vicina, svanisce di colpo nel nulla, Sam si lancia alla sua ricerca e inizia un’inchiesta ossessiva e surreale attraverso la città. Un’inchiesta che lo farà scendere nelle profondità più tenebrose della città degli angeli, dove convivono sparizioni e omicidi misteriosi, scandali e cospirazioni …

“Come sposare un milionario” di Jean Negulesco, 1953, Lauren Bacall, Betty Grable e Marilyn Monroe si trasferiscono a New York con l’obiettivo di cercare un marito danaroso da impalmare. 2018, nell’abitazione di Sarah fanno bella mostra le bambole delle tre protagoniste del film, e terzetti di ragazze aspiranti attrici, che arrotondano facendo le escort, vengono selezionate per fare da harem ad una nuova generazione di faraoni, i danarosi imprenditori della Città degli Angeli. Progresso, liberazione dei costumi o forse vertiginoso ritorno al passato? Uno spunto interessante per un film, ma qui è solo uno dei tanti orditi di cui è composta la trama. La paranoia complottista, figlia dell’era digitale, dona ulteriori contorni, con personaggi (uno in particolare, il lynchiano Patrick Fischler) impegnati a unire punti non visibili e completamente soggiogati dalla loro visione del mondo. C’è poi la smitizzazione brutale del pop, specie in riferimento alla musica, con l’incontro con una sorta di Blofeld della melodia (il “songwriter” Jeremy Bobb, pesantemente truccato) che riporta ogni slancio di spirito adolescenziale (la citazione “nirvaniana” non è casuale) alla pura monetizzazione capitalista.

Il tutto amalgamato in un viaggio nel lato oscuro dell’american dream per eccellenza “storto” e stralunato, pieno di particolari che faranno andare in visibilio (i R.E.M., Super Mario Bros.) il pubblico di riferimento, ma che lascia con una sensazione non piacevole di dispersione scellerata del credito accumulato. Garfield nel ruolo della vita, e attendevano una sua prova così convincente da troppo tempo, con strizzatine d’occhio metacinematografiche: svegliatosi da un sonno agitato sul divano di casa, Sam si ritrova con un alb0 a fumetti di Spiderman attaccato alla mano, che faticherà a scrollare via …

Nel linguaggio codice degli “homeless”, il doppio rombo indica la convenienza di stare in silenzio. Nel bellissimo finale, dove la variazione sul tema de “La finestra sul cortile” presente in tutto il film cambia improvvisamente di segno, il segnale è lasciato in bella vista nell’appartamento del protagonista: silenzio, il n’y a pas d’orchestra, ancora il mentore Lynch a essere omaggiato nel finale con l’ennesima citazione da “Mulholland Drive”, capolavoro imprescindibile del XXI secolo ogni giorno di più.

Nessuna possibilità, probabilmente, per il palmarés finale, se non per la sceneggiatura dello stesso regista, e un film che, a molti di voi, piacerà sicuramente moltissimo. Le aspettative, di sicuro, erano più alte …

 

 

 

 

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