Home > Recensioni > Cannes 2018 — Yomeddine

Il regista più giovane del Concorso, l’unico esordiente, il solo film proveniente dal continente africano: per tanti motivi “Yomeddine” di Abu Bakr (lui preferisce A.B.Shawky è uno dei film da tenere d’occhio a Cannes 2018.

C’è ancora un’altra particolarità, probabilmente la più bizzarra: il protagonista Rady Gamal è realmente guarito dalla lebbra, che gli ha lasciato cicatrici profonde ma che ora gli permette una vita a contatto con le altre persone. Il viaggio che intraprende insieme al giovanissimo coprotagonista Ahmed Abdelhafiz, di formazione e accettazione (di sé e per gli altri), ci porta a spasso per l’Egitto, lambisce le rive del Nilo, unisce al realismo di ambienti e situazioni un citazionismo inaspettato e un po’ sterile, che ci relaziona sui gusti cinematografici del regista, più che inserirsi armoniosamente nel contesto. Ne riparleremo.

Beshay, lebbroso oggi guarito, non è mai uscito dal lebbrosario sperduto nel deserto egiziano dov’è stato abbandonato fin da piccolo. Dopo la morte della sua sposa, decide di partire alla ricerca delle sue radici, con i suoi poveri averi sistemati sopra un carretto tirato da un asino. Suo compagno di viaggio è Obama, un orfano nubiano che ha preso sotto la sua ala, con il quale affronta un viaggio che li porterà a trovare qualche istante di pace tra le mura familiari, una casa e un po’ d’umanità …

Un film dalla parte degli ultimi della Terra, con uno sguardo registico che coniuga purezza e crudeltà mantenendo un candore non comune, ma che risulta semplicistico in più di un punto, con sintesi e “spiegoni” pronunciati in camera di cui non si sentiva davvero il bisogno. Non pensate, però, nemmeno per un attimo al pietismo lacrimevole facilmente associabile ad un’operazione di questo tipo: l’ironia e la gioia di vivere accompagnano sempre le vicissitudini dei nostri “drop out”,  e risultano contagiose e, permetteteci il termine abbastanza deseuto in una recensione, educative. Perché, e lo sosteniamo con convinzione con il rischio di apparire brutali, l’opera avrebbe trovato una collocazione molto più adeguata nel Concorso del Giffoni Film Festival che in quello di Cannes.

Ci troviamo di fronte, e qui torniamo al citazionismo di cui si accennava precentemente, ad una sorta di remake di “Una storia vera” di David Lynch con l’elephant man John Merrick al posto del vecchio Alvin Straight interpretato da Richard Farnsworth. Non ve lo sareste mai aspettato, vero? Nemmeno noi. Nel flashback che mostra l’abbandono di Beshay al lebbrosario, sul capo del piccolo viene posto un cappuccio con un solo buco per gli occhi, come quello indossato da John Hurt nel film di Lynch. E ancora: quando il controllore del treno infierisce su Bedhay trovato senza biglietto, il Nostro urla il liberatorio “Sono un essere umano!”, come Merrick nel piazzale della stazione.

Il lento viaggio alla ricerca di un familiare, con un mezzo di trasporto che attraversa orizzontalmente il campo visivo da una parte dell’altra, ci rimanda invece al vecchio Alvin e al suo taglierba. Ma non è finita. L’abbandono al lebbrosario rimanda, dalla situazione alla replica delle inquadrature sghembe, a quello del Pinguino Oswald Cobblepot in “Batman – Il ritorno” di Tim Burton. E, ad un certo punto, Beshay trova in una discarica una vecchia rivista con, in copertina, Beatty e Madonna in posa per “Dick Tracy”; in un momento successivo, con i pazienti del lebbrosario attorno ad un falò, i loro visi deformati ricordano i pesanti trucchi degli sgherri di Al Pacino/Big Boy. Vi farà piacere, magari, giocare a rintracciare questi momenti all’interno del film.

Perché la visione è assolutamente consigliata, specie per una serata con tutta la famiglia. Ma, per il Concorso del festival più importante del mondo, non è davvero abbastanza.

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