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  • Cannes 2019 — Dolor y Gloria

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    Data di uscita: 17-05-2019

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Quasi quarant’anni di carriera, una fama autoriale meritata, poi disattesa, poi meritata di nuovo, e ora, improvvisamente, l’approvazione critica (quasi) incondizionata: Pedro Almodóvar sembra aver centrato l’opera in grado di permettergli finalmente di vincere la Palma tanto agognata, dopo la miglior regia nel ’99 per “Tutto su mia madre” e la miglior sceneggiatura nel 2006 per “Volver”. Approvazione che noi ci sentiamo di confermare solo in parte: “Dolor y gloria”, in Concorso a Cannes 2019, è il bilancio semiautobiografico di una vita, umana ed artistica, un “8 1/2” che, come il capolavoro di Fellini, s’interroga sugli abissi dell’impasse creativa, e ne individua le motivazioni, dopo un percorso di sofferenza, memoria e accettazione dei propri limiti intellettuali ed esistenziali. Quello che sorprende, in negativo, è la mancanza di omogeneità con cui il regista castigliano affastella episodi e divagazioni, consegnandoci un film che parte ed arriva magnificamente, ma che si arena in un segmento centrale che pare svogliato almeno quanto il suo protagonista. Se l’intenzione era quella di sottolineare metacinematograficamente questo aspetto, tanto di cappello, ma non crediamo proprio sia così …

Salvador Mallo (Antonio Banderas) è un regista ormai in declino che ricorda con nostalgia tutta la sua vita: l’infanzia, quando la famiglia si trasferì a Paterna in cerca di una vita migliore; il primo grande amore a Madrid durante gli anni Ottanta e il successivo dolore per la sua perdita; la consolazione nella scoperta della scrittura e l’amore per il cinema e il teatro che lo hanno aiutato a colmare un vuoto esistenziale. A fare da collante tra le epoche, il suo punto di riferimento, la madre (Penelope Cruz/Julieta Serrano).

Il film si apre, mentre scorrono i titoli di testa, su macchie di colore che, manipolate digitalmente, prendono movimento, e subito dopo il concetto ci viene ribadito: “le pellicole (l’arte) non cambiano, cambiano gli occhi che le guardano” (e le tecnologie che permettono di guardarle, sembra aggiungere Pedro). E Mallo/Banderas/Almodóvar fa i conti con un suo vecchio film restaurato, con il rapporto ricostruito dopo anni di litigi con l’attore protagonista di quel film (Asier Etxeandìa), con un suo antico amore protagonista di una pièce rimasta per anni nel cassetto (Leonardo Sbaraglia), con le sue precarie condizioni di salute e la sua dipendenza dalle droghe. Il tutto è inframezzato dal ricordo della Madre, figura centrale di questo film e di molta filmografia del regista, interpretata dalla musa Cruz, qui più brava e sensuale che mai, misto di carnalità e tenerezza.

Bisogna, quindi, concentrarsi un attimo sui due attori. Se Fellini utilizzava Mastroianni, Pedro scinde l’identità e l’alterità e le affida ad Antonio e Penelope (si è sempre rivolto così a loro in conferenza stampa), rivitalizzando soprattutto la carriera in netto calando del primo. Non s’incontrano mai nel film le due star iberiche, vivono in dimensioni temporali differenti, ma la connessione emotiva è talmente forte che la povera Serrano (la Cruz anziana) ne esce stritolata al cambio di fattezze. Suggestioni sparse: i colori primari fiammeggianti tipicamente almodovariani arricchiscono gli interni, una digressione “culturale” ci porta dalle parti dei tanto criticati accostamenti dell’ultimo von Trier, la casa di Salvador/Pedro da bambino assomiglia incredibilmente a quella del giovane Luke Skywalker su Tatooine. Tipologie di cinema diversissime dialogano, volontariamente o meno, tra di loro, e un merito del film è quello di portare questa dialettica in primissimo piano.

Il finale vi spiazzerà e vi farà piangere, ma il tentativo di autosabotaggio di tutti i segmenti precedenti, un monumento all’anticlimax e allo spreco di scene madri (ancora le madri), riesce a depotenziarne l’indubbia forza. È molto difficile dare ordine e forma cinematografica ad un flusso di coscienza, ad un diario, alla condivisione col mondo di pulsioni e passioni profonde. Il film lo consigliamo, ma non riusciamo ad aggiungerci, e torniamo a ribadirlo sul finale, all’approvazione incondizionata di molta critica italiana e internazionale. Vogliamo bene a Pedro però, e QUEL finale ci rimarrà negli occhi e nel cuore per molto tempo a venire.

 

 

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