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  • Cannes 2019 — Il traditore

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    Data di uscita: 23-05-2019

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Marco Bellocchio, a quasi ottant’anni, è ancora il regista italiano più dotato, più innovativo, capace di muoversi nell’alveo del proprio percorso autoriale mutando sempre gli elementi, ma mai la sostanza. A Cannes 2019 il suo “Il traditore” è stato molto ben accolto, e la sua unica sfortuna è quella di essere capitato qui nell’anno “sbagliato”, in un Concorso dalla qualità media molto elevata. Una palestra attoriale perfetta per il protagonista Pierfrancesco Favino, il tema incalzante di Nicola Piovani, la fotografia di Vladan Radovic (che sostituisce l’abituale Daniele Ciprì), tutti i valori tecnici concorrono all’eccellente risultato. Ma il valore aggiunto è lui, il cineasta di Bobbio, che prende un ottimo copione (scritto insieme a Ludovica RampoldiValia SantellaFrancesco Piccolo) e lo mette in scena mischiando generi e ossessioni personali, variando stili e modalità narrative, restituendo un ritratto psicologico che scava in profondità nella psiche di un uomo controverso e, parimenti, in quella di una nazione intera in anni cruciali, con la democrazia sotto attacco e il sistema valoriale in continua ridefinizione.

All’inizio degli anni Ottanta è guerra tra le storiche famiglie di clan a Palermo e quella nuova dei Corleonesi di Totò Riina (Nicola Cali) per il controllo del traffico di droga. Alla festa della riconciliazione delle famiglie, Tommaso Buscetta (Favino) sente di essere in pericolo, e decide di emigrare in Brasile per seguire i suoi traffici e allontanarsi dalla voracità violenta dei Corleonesi, che si accaniscono sulla sua (prima) famiglia e il fratello rimasti in Sicilia, e lui stesso è braccato in America latina. Ma, prima della mafia, è la polizia brasiliana a catturarlo, e per Tommaso c’è l’estradizione in Italia, che equivale alla condanna a morte per mano dei Corleonesi. Il giudice Giovanni Falcone (Fausto Russo Alesi) gli offre un’alternativa: collaborare con la giustizia, che per il codice d’onore mafioso equivale e tradire la mafia stessa …

Tommaso Buscetta non si sente un traditore, perché crede che sia stata Cosa Nostra stessa a “tradire” i (dis)valori riginali, in luogo dell’inumana e spietata barbarie orchestrata dal capo dei capi Riina, una soluzione finale che rievoca foschi a ancor più cupi precedenti. Vuole vivere, a ogni costo, vuole espiare le sue colpe, vuole vendicare i torti subiti, non necessariamente in quest’ordine. Il mistero Buscetta perdura e rimane per tutte le due ore abbondanti di durata, un mistero insondabile che in tanti cercano e hanno cercato di risolvere: quanta verità nelle sue parole e nelle sue accuse? E quanta voglia di rifarsi una vita? Il finale troverà (forse) una risposta.

Favino nel ruolo della vita, ma tutto il comparto attoriale rende al meglio, su tutti il Totuccio Contorno di Luigi Lo Cascio, che elabora un grammelot siculo/italiano di rara forza (in)espressiva. Ad una prima parte di marca quasi scorsesiana, tra ellissi narrative e temporali e colpi di pistola, segue il lungo procedurale centrale, che utilizza la stessa aula bunker originale palermitana del maxi processo del 1986 per una rilettura storica di rara forza drammaturgica. Buscetta al centro, i giudici, i mafiosi schiumanti nelle loro gabbie e il montaggio di Francesca Calvelli che coordina parole e piani di ascolto, annullando le coordinate spaziali e posizionandosi su quelle emotive.

La famiglia e la Famiglia, la fedeltà all’una e all’altra, l’argomento bellocchiano per definizione che trova una nuova chiave di rappresentazione, ancorandosi al tempo, alla politica, alla Storia, pur non uscendo mai dalla percezione di un uomo, un piccolo uomo. Uscito in sala nel giorno dell’anniversario della strage di Capaci (troveremo l’attentato nel film, da una prospettiva inquietante e inedita), il film restituisce anche il miglior Falcone visto finora su grande schermo. Correte in sala, dunque, per l’ennesima fatica di Marco Bellocchio: troverete, oltre a tutto il resto, alcune sequenze ambiziose che in Italia non si girano e non si pensano nemmeno più, come quella (vedrete) che coinvolge due elicotteri …

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