Home > In Evidenza > Cannes 2019 — Little Joe

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C’è un avvertibile sapore di fantascienza anni Cinquanta nel nuovo film di Jessica Hausner in Concorso al Festival di Cannes 2019, primo cimento con il genere per la talentuosa cineasta di origini austriache. “Little Joe” racconta di una sorta di invasione ma, ed è qui la grande differenza con la “tradizione”, questa non proviene da mondi lontani e alieni ma è prodotta all’interno della nostra società, da ricerche avanzate, da menti brillanti che lavorano per il miglioramento dell’umanità. Ma non pensate ad un pamphlet antiscientifico, il discorso è diverso, più sottile ed insieme più semplice. Ci torneremo su …

Alice (Emily Beecham) lavora in un laboratorio botanico dove si progettano nuove specie di vita vegetale. Con alcuni colleghi (tra i quali un infatuato Ben Whishaw) ha creato un nuovo fiore bellissimo alla vista e dalle notevoli qualità terapeutiche: se conservato in un’atmosfera confortevole e trattato con affetto, è in grado di migliorare la vita di chi lo possiede. Preoccupata per il suo rapporto con il figlio adolescente Joe (Kit Connor), Alice porta a casa uno dei fiori e gli dà il nome di Little Joe. Poco alla volta l’umore del ragazzino muta in maniera inquietante, e così quello dei colleghi di Alice, che si convince sempre più che Little Joe sia in grado di manipolare la mente umana.

Aggiornare la paranoia da invasione alle istanze del contemporaneo è esercizio nobile, e Jessica Hausner trova una chiave perfetta, un messaggio che s’insinua sotto pelle, a lento rilascio: se l’individualismo e la ricerca esasperata di una felicità personale irraggiungibile sono metastasi del nostro tempo, ecco un film che trova una rappresentazione grafica funzionale e concisa, quella di un (nuovo) fiore, che va amato e coccolato COME un essere umano e mantenuto in un ambiente consono, con lo scopo di trarne beneficio. Ma il beneficio coinciderà con quello delle persone a noi più prossime? Torniamo a quanto si diceva alla fine del primo capoverso: qualsiasi modifica psicofarmacologica tende ad alterare la percezione di realtà e l’interazione con il mondo circostante, e non è eliminando l’elemento farmacologico che il problema trova una soluzione …

Lo stile registico della Hausner è perfettamente aderente alla materia narrata, lenti(ssimi) movimenti di macchina che tendono progressivamenmte ad escludere l’elemento umano dal campo, una serie di ambientazioni asettiche, sia quelle che lo sono per statuto, come il laboratorio, sia le abitazioni, uno schematismo di fondo nel quale si agitano uomini e donne dall’animo sconquassato da traumi più o meno insanabili, ma incapaci di esternare il loro malessere se non, appunto, con un piccolo aiuto. Per chi ricorda Roger Corman (e Frank Oz) e ” La piccola bottega degli orrori”, ai quali potrebbe rimandare questa recensione nella mente dei lettori più cinefili, diciamo che ci posiziona all’estremo opposto dello spettro emotivo e produttivo. Il giurato Yorgos Lanthimos potrebbe apprezzare parecchio, anche se le simmetrie hausneriane non rimandano la stessa aura di spavalderia tecnica fine a se stessa che spesso ammorba le produzioni del cineasta ellenico.

Il finale, che naturalmente non vi anticipiamo, è ancora un indizio, forse troppo didascalico, che sottolinea il concetto di fondo: la sterilità di una società avvezza al compensativo emotivo, che ritiene l’interazione con animali domestici e piante un’accettabile sostituzione dell’interazione dialogica (demandata allo sterile narcisismo da social) forse non ha davvero più scampo.

Pro

Contro

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