Home > In Evidenza > Cannes 2019 — Parasite (Gisaengchung)

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A volte (per fortuna) capita: il film più bello del Concorso del Festival di Cannes 2019 è anche quello che la giuria presieduta dal regista messicano Alejandro G. Iñarritu ha insignito del massimo riconoscimento, la Palma d’Oro. Da quando chi vi scrive frequenta i grandi festival è successo solo un’altra volta che l’eccellenza premiata coincidesse con la preferita, con il Leone d’Oro di Venezia 2016 a “The Woman Who Left” del filippino Lav Diaz, ancora scandalosamente invisibile in sala nel nostro Paese (non ci stancheremo mai di ribadirlo). Il cineasta sudcoreano Bong Joon-ho, autore dall’invidiabile carriera precedente (“Memories of Murder”, “The Host”, “Snowpiercer”, “Okja”), porta la Palma per la seconda volta consecutiva in Estremo Oriente, succedendo a Hirokazu Kore-eda e al Giappone contemporaneo di “Un affare di famiglia”. C’è un legame nemmeno tanto forzato tra i due film, tematicamente più che stilisticamente, che in questo imprevisto e imprevedibile passaggio di consegne emerge chiaro e netto: il focus sugli ultimi della società, sulla resilienza che confina forzatamente con l’illegalità e il sotterfugio, i tratti principali del neorealismo italiano del Dopoguerra, per dirla fuori dai denti, ma declinati attraverso la società e le culture (cinematografiche e tout court) di appartenza, uno dei tanti ponti di andata e ritorno da un Paese all’altro e da un continente all’altro che contribuiscono a rendere fluida (e magnificamente multiculturale) la Settima Arte.

Bong Joon-ho ha provato a cimentarsi con qualunque cosa, dalla fantascienza distopico/politica all’horror coi mostri, e trova con “Parasite”, ritornando a girare in terra patria dopo le due sortite americane (con alterni risultati) e ritrovando l’energia e la freschezza degli esordi, unita alla padronanza del linguaggio filmico accresciuta negli anni, l’equilibrio semiperfetto, il cocktail d’ingredienti miscelati a dovere, un’opera che viaggia, senza mai fermarsi, tra i generi, partendo quasi come una parodia (ed ecco ancora un tratto comune) del precedente vincitore Kore-eda, per poi virare bruscamente almeno un paio di volte nel corso delle funamboliche due ore abbondanti di proiezione.

Ki-woo (Choi Woo-shik) vive in un modesto appartamento sotto il livello della strada. La presenza dei genitori, Ki-taek (Song Kang-ho, semplicemente strepitoso) e Chung-sook (Jang Hye-jin), e della sorella Ki-jung (Park So-dam) rende le condizioni abitative difficoltose, ma l’affetto familiare li unisce nonostante tutto. Insieme si prodigano in lavoretti umili per sbarcare il lunario, senza una vera e propria strategia ma sempre con orgoglio e una punta di furbizia. La svolta arriva con un amico di Ki-woo, che offre al ragazzo l’opportunità di sostituirlo come insegnante d’inglese per la figlia di una famiglia ricca: il lavoro è ben pagato, e la villa del signor Park, dirigente di un’azienda informatica, è un capolavoro architettonico. Ki-woo ne è talmente entusiasta che, parlando con la signora Park dei disegni del figlio più piccolo, intravede un’opportunità da cogliere al volo, creando un’identità segreta per la sorella Ki-jung come insegnante di educazione artistica e insinuandosi ancor più in profondità nella vita degli ignari sconosciuti …

Se un appunto bisogna pur farlo, l’eccessivo e rigoroso controllo su narrazione e messa in scena rinchiude (specie nella prima parte) il film in una serie di schemi di partenza che ci si delizia (il regista è anche sceneggiatore) a scombinare e ricombinare, in maniera a tratti meccanica. Ma è davvero un aspetto secondario, perché il ritmo serrato non concede pause e riposo ai personaggi né alle emozioni dello spettatore, in un crescendo continuo che conduce ad un finale struggente (pur se già visto). Il determinismo sociale, la cristallizzazione delle classi, mostri ben più inquietanti del mostruoso similpescione di “The Host”, possono sì essere sconfitti, ma soltanto attraverso l’immaginario, la fuga nell’onirismo non escapista ma creativa, il cinema appunto.

Popolo ed élites, il primo e l’ultimo gradino della scala sociale, divisi da gradini, concreti, faticosissimi da salire e persino da ridiscendere, nella scena più bella di tutta l’opera, sotto una pioggia battente che travolge tutto e tutti (tranne chi sta “in alto”, naturalmente). È giusto che qui si rimanga il più vaghi possibile sugli snodi di trama, perché mai come questa volta è importante farsene travolgere, sottoporsi al fuoco di fila di avvenimenti e cambi di tono con un approccio vergine alla materia. Ma le chiavi di lettura possiamo (e dobbiamo, pena l’irrilevanza) fornirvele. Una satira sociale che transita dalle parti del thriller d’invasione del privato per poi sfociare in momenti di pura follia splatter.

Il concetto principale è quello dello “stare al sicuro”. Le pareti insonorizzate e protette della casa dei “ricchi” permettono di sopravvivere, di mangiare, di rifugiarsi dalle intemperie; se i proletari combattono tra di loro per rimanervi all’interno, invece di coalizzarsi, le conseguenze possono essere, e saranno, disastrose …

Ancora fino a qualche anno fa, era davvero difficile che un film di questo tipo, dal forte messaggio politico/sociale ma con una forte impronta di genere, potesse concorrere per la Palma d’Oro. Nel Concorso di Cannes 2019, invece, con la presenza di film “da festival” davvero ridotta al minimo, l’ibridazione autoriale col genere era il tratto comune della maggior parte della Selezione. Tempi che cambiano, selezionatori che (giustamente) si adeguano. La Palma a “Parasite”, nell’albo d’oro dei vincitori, è un lascito sfavillante di questa buonissima annata a Cannes.

 

 

 

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