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  • Cannes 2019 — Portrait de la jeune fille en feu

    Diretto da Céline Sciamma

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All’esordio nel Concorso principale al Festival di Cannes 2019, la regista e sceneggiatrice francese Céline Sciamma prova il passo che tutti i nuovi autori sembrano obbligati a tentare, pena il minor conferimento dello status: il dramma in costume. È stato così, solo per fare qualche nome, per Derek Cianfrance, per Jeff Nichols, per Jessica Hausner, e la cineasta originaria di Pontoise è comunque quella che che se l’è cavata meglio.

Perché “Portrait de la jeune fille en feu”, pur con tutti problemi che andremo ad enumerare più avanti, gode di una messa in scena rigorosa, di un sound design corposo, di tutti quegli elementi, insomma, che ne consigliano la visione in una sala cinematografica; sul piano della scrittura, invece (ed è singolare perché la Sciamma ha sceneggiato gioiellini come “La mia vita da zucchina” e la serie Tv “Les revenants”, tra i prodotti seriali più originali di questi anni di Golden Age), la progressione drammatica si arena in più punti, la costruzione dei personaggi fa fatica e stenta a prender forma.

Francia, 1770. Marianne (Noémie Merlant), una pittrice, riceve l’incarico di realizzare il ritratto di nozze di Héloise (Adèle Haenel), una giovane donna appena uscita dal convento. Lei però non vuole sposarsi e quindi rifiuta anche il ritratto. Marianne cerca allora di osservarla per poter comunque adempiere al mandato. Scoprirà molte cose anche su di sé.

“Fugere non possum”, si canta ad una festa popolare in un momento straniante, quando la scintilla amorosa sta per scoccare. E fuggire dai propri obblighi sociali e di classe, alla fine del XVIII secolo, pare sia davvero impossibile, e l’amore omosessuale vada vissuto come una parentesi di sogno e magia, in una manciata di giorni in cui il mondo viene lasciato fuori e tre donne, con l’aggiunta della domestica interpretata da Luàna Bajrami, si trovano a sperimentare sulla propria pelle amore e dolore, per poter poi continuare a vivere. La Sciamma sfrutta benissimo l’ambientazione, sfruttandone ogni caratteristica, ogni candela, ogni drappeggio per calarci in un’atmosfera che sintetizza visivamente quanto uno spazio aperto possa (anche) essere prigione insormontabile.

Quello che non riesce ad ottenere, invece, è l’alchimia tra le due protagoniste, che, anche al culmine delle effusioni, non riescono mai a bucare lo schermo e a portare dall’altra parte umori e odori. Una lunga introduzione piena di sguardi, sottintesi, gelosie e piccole crudeltà sfocia in una seconda parte troppo frettolosa, dove il determinismo sociale, seppur (come già detto) soffocante non viene mai realmente messo in discussione, nemmeno per un attimo. Ma il film rimane uno spettacolo di gran livello, per la bellezza delle attrici, per le pennellate di colore che su tela diventano “altro” praticamente davanti ai nostri occhi, per i simbolismi semplici ma efficaci (un autoritratto che sgorga, vedrete poi come, dal sesso della partner), per alcuni momenti onirici  che citano espressamente ogni arte, dalla pittura (naturalmente), al cinema, alla letteratura.

In sintesi, un film che pone la sua seria candidatura per un posto nel palmarès finale, che conferma un’autrice e allo stesso tempo la normalizza, ingessandola tra corpetti e crinoline. Per realizzare il ritratto di una persona bisogna conoscerla a fondo, in modo da usare il suo profilo migliore; l’ALTRO profilo servirà a sottolineare il distacco, in un finale appicicaticcio ma emotivamente intenso. Un film bipolare, tripartito, ma che potrebbe anche piacervi moltissimo.

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