Home > In Evidenza > Cannes 2019 — Sorry We Missed You

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Dopo la Palma d’Oro vinta nel 2016 con “Io, Daniel Blake”, torna in Concorso a Cannes 2019 il decano britannico Ken Loach, ancora in coppia con il fido Paul Laverty alla sceneggiatura. “Sorry We Missed You” è un dramma della contemporaneità, che scava in profondità e prende posizioni nette senza mai sfiorare il manicheismo e l’irrigidimento retorico. Un puro distillato di tutta la poetica di un cineasta militante, che ha sempre declinato le proprie convinzioni con la costruzione di personaggi prototipici e portatori di un’idea di mondo (e spesso vittime, del mondo e di quell’idea), che bucano lo schermo senza restituire la sensazione di artificiosità che è l’acerrima nemica del cinema d’impianto “realista”. Un sostenitore della “hard left” laburista, che non ha perso, con il passare degli anni (la prima regia risale al 1967, “Poor Cow”), un grammo dell’afflato antisistemico, meglio dire anticapitalista, degli esordi. Quest’ultimo lavoro presenta un marchio riconoscibile fin dalle prime immagini, quasi un non-stile per come la regia si attiene al découpage classico (il linguaggio e la successione delle immagini che, da Griffith in poi, la narrazione cinematografica segue a grandi linee per favorire la comprensibilità dell’assunto allo spettatore), caricando con angolature e primi piani i momenti chiave, quelli in cui l’acme emotivo tocca il picco. Qui c’è tutto questo ai massimi livelli, e svolto con una semplicità che è figlia della perizia tecnica acquisita e della totale sicurezza nei propri mezzi.

Ricky (Kris Hitchen), Abby (Debbie Honeywood) e i loro due figli, l’undicenne Liza Jane (Katie Proctor) e il liceale Sebastian (Rhys Stone), vivono a Newcastle e sono una famiglia unita. Ricky è stato occupato in diversi mestieri mentre Abby fa assistenza domiciliare a persone anziane e disabili. Nonostante lavorino duro entrambi si rendono conto che non potranno mai avere una casa di loro proprietà. Giunge allora quella che Ricky vede come l’occasione per realizzare i sogni familiari. Se Abby vende la sua auto sarà possibile acquistare un furgone che permetta a lui di diventare un trasportatore freelance con un sensibile incremento nei guadagni. Non tutto però è come sembra …

Mai pauperista, mai populista, totalmente restìo al pietismo consolatorio facilmente annidato tra le pieghe di un racconto di questo genere, Loach (e Laverty) conferma(no) ancora una volta l’acquisizione di un passo classico più facilmente assimilabile ad esempi letterari che cinematografici, più dickensiano che eastwoodiano. Tutti hanno le loro ragioni, in questo film, persino al mastino datore di lavoro è riservata una parentesi in cui ha la possibilità di esprimere la sua posizione (che, comunque, non ci convince). Una famiglia con due stipendi che non riesce ad affrancarsi da una condizione di marginalità sociale sempre più soffocante, che si ripercuote sul figlio adolescente, portatore di una rabbia che trova sfogo artistico nell’attività di “writer”, plastica rappresentazione di rifiuto dell’imposizione autoritari(stic)a.

Il modello Amazon, per fare l’esempio più celebre, di business è messo alla berlina, e il protagonista Hitchen è l’ennesima faccia giusta, con la tempra giusta, con il corpo giusto. Pochi cineasti riescono a farci vibrare d’indignazione come Loach, e muovere le corde dei nostri sentimenti pilotando sapientemente lacrime e (sparute) risate. È vero che da Loach ormai si sa che film aspettarsi, ma questo non vale forse per ogni vero autore? Se il cinema è (anche) un modo per empatizzare con mondi e categorie che ci sembrano distanti, o un modo per sviluppare sentimenti comunitari che contribuiscono a fare e formare “classe sociale”, anche in tempi di parcellizzazione, individualismo e lotta dei penultimi contro gli ultimi, allora quello di Loach è uno degli ultimi esempi in cui si può parlare di cinema “utile” senza incorrere negli strali dei commentatori occasionali.

In tempi di universi cinematografici e, più in generale, audiovisivi espansi, il Loach-verse è quello che ci contiene tutti, in una realistica rappresentazione in tre dimensioni. Quello che fa Ken è togliere una dimensione, comprimere gli eventi, e cercare, ogni volta, di risvegliare le nostre coscienze sopite e inebetite.

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