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  • Cannes 2019 — I morti non muoiono – The Dead Don’t Die

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Un colpo basso, inutile girarci intorno. Non ci aspettavamo da Jim Jarmusch, straordinario autore venuto fuori dalla “new wave” newyorkese della prima metà degli anni Ottanta del secolo scorso e poi affermatosi da fiero indipendente, un film così “di passaggio”, in una carriera (finora) esemplare,  proprio alla prova con i non-morti, la metafora politica che, grazie a George A. Romero, identifica per reazione proprio quegli Ottanta reaganiani e infettati di turboeconomia (per pochi) e caduta nel baratro dell’indigenza (per molti). Il “vampiro” Jarmusch (che magnifico film che era “Solo gli amanti sopravvivono”  … ) non riesce ad infettare con il suo cinema dal movimento lineare, da un bordo all’altro dell’inquadratura, ma dai percorsi sghembi, spesso in bilico tra realtà e finzione, un altro caposaldo della mitologia orrorifica. È quindi un film di/sugli zombie “I morti non muoiono” (in originale “The Dead don’t Die”), in particolare del sottofilone umoristico già sperimentato (meglio) da Wright/Pegg/Frost con “L’alba dei morti dementi” e persino dal ruvido mestierante Ruben Fleischer con “Benvenuti a Zombieland”.

Nella tranquilla cittadina di Centerville, qualcosa non va come dovrebbe. La luna splende grande e bassa nel cielo, le ore di luce del giorno diventano imprevedibili e gli animali iniziano a mostrare comportamenti insoliti. Nessuno conosce il perché. Le notizie che circolano sono spaventose e gli scienziati sono preoccupati. Ma nessuno prevede la conseguenza più strana e più pericolosa che inizierà presto a tormentare Centerville: i morti escono dalle loro tombe e iniziano a nutrirsi di esseri viventi. Gli abitanti della cittadina dovranno combattere per la loro sopravvivenza.

Chi si avvicina più al concetto di morto vivente? I personaggi umani ancora in vita, “ultimi dei Mohicani” e sulla via dell’estinzione, o i famelici zombie bramosi di bisogni, primari e indotti? Il piacere per il feticcio, per la bellezza, che ci rende umani è destinato a soccombere sull’altare della connessione a 4/5/6 G e del “buon” vino della pubblicità? Il film di Jarmusch è una plastica (ri)messa in scena di questa tensione sociale e culturale, il testamento di una generazione (quella del regista, 66 anni compiuti) che ritiene, guardandosi indietro, di non aver fatto abbastanza per contribuire al rallentamento dell’avanzata dell’orda affamata di carne umana. Proprio ad una commedia Jarmusch affida il compito di veicolare un messaggio nichilista e disperato, fallendo principalmente sulla combinazione tra di loro di ingredienti diversissimi per loro stessa natura.

Il regista di Akron, Ohio, si circonda, (quasi) bergmaniamente, della collaudata compagnia di giro di amici e passati collaboratori, talmente amati anche FUORI dallo schermo da arrivare a sottolinearlo con incursioni metacinematografiche, con attori che escono dal personaggio parlando di copione o di “canzone del film”. I tre poliziotti protagonisti sono interpretati da Adam Driver, Bill Murray Chloë SevignySteve Buscemi è un fan di Trump, in cameo anche Tom Waits Iggy Pop, Centerville è il centro del (piccolo) mondo antico di Jarmusch, che cerca di sopravvivere tra apprezzamenti di chincaglieria “nerd” e severi addestramenti con la katana. Una volta constatato che gli amanti vivranno in eterno, ora tocca occuparsi di tutti gli altri, i solitari, i delusi, i reduci, della guerra o semplicemente delle asprezze della vita.

Abbiamo capito tutto di quest’operazione, ne condividiamo gl’intenti e persino la tempistica, ma non ne apprezziamo la forma. Quando la recitazione sottotraccia e stralunata non riesce ad inscriversi in un mondo preciso di riferimento, lavorando solo di riporto (scadendo persino nell’autoreferenzialità, che ci ha fatto pronunciare per la prima volta la frase “Jarmusch sta invecchiando”), quando il copione si adagia su un umorismo di fondo non disprezzabile ma che non riceve mai scosse o assestamenti, quando il finale non riesce ad essere la dolente elegia delle intenzioni ma sa di tronco e raffazzonato, allora qualcosa è andato davvero per il verso storto.

Passato in apertura al Festival di Cannes, in Concorso, senza lasciare praticamente traccia, e in apertura anche delle selezioni dalla Croisette di Roma e Milano (di un solo giorno in anticipo sull’uscita sala, fissata per il 13 giugno), “I morti non muoiono” segna il passo e ci lascia con una fastidiosa sensazione di amaro in bocca. Ma il film di finzione precedente di Jarmusch era il magnifico “Paterson”e siamo sicuri che il Nostro ha ancora tante frecce da sparare al proprio arco.

Poco horror, non molte risate, una carezza ai complottisti reali o presunti di mezzo mondo, ma anche due ore scarse di piacevolissimo (e solo quello) cinema fuori dal tempo e dalle mode. Tutti noi che abbiamo amato il film avremmo voluto abitare in quella Paterson, non uscirvi mai più; da Centerville, questa volta, si rischia di non uscire mai più per davvero, non per propria scelta.

 

 

 

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