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Cantando sotto la pioggia

Piove sull’Arena Barcaccia poco prima del concerto, sono le 21 e una fitta coltre di nuvoloni fa temere il peggio per lo svolgersi dell’evento (ma rinfresca piacevolmente l’aria della riviera!). L’organizzazione dice di aspettare, il tempo per una mezz’ora sembra clemente, ed è quindi con una mezz’ora di ritardo che il pubblico si avvicina timidamente alle sedie. L’arena è un luogo aperto circondato da alte mura, attrezzato con un palco capiente, sedie in platea e una struttura a gradinate in fondo. La visibilita è buona da ogni punto, si tratta di un locale dalle dimensioni ridotte ma gli spazi sono sfruttati con criterio. La pioggia fa capolino di nuovo, i tecnici ricoprono l’attrezzatura sul palco un paio di volte e scrutano dubbiosi il cielo (bello vedere degli energumeni barbuti che esaminano il cielo come neanche il miglior Bernacca, alzando le braccia e tentando di capire la direzione del vento).

Sono le 22 passate quando una stella fa capolino tra i nuvoloni scuri e si decide che è ora di suonare. I Porcupine entrano sul palco acclamati da un pubblico appassionato ma non numerosissimo; l’affluenza non è enorme, causa maltempo e due date a Roma e Milano che sicuramente catalizzeranno molta più attenzione. Difficilmente però la cornice sarà altrettanto suggestiva: cielo coperto, tuoni in lontananza, un palco incorniciato da vecchie mura, luci e fumogeni che vengono continuamente rimescolati dal vento. Steven Wilson, magrolino e con la chioma fluente, fa il suo ingresso sul palco annunciando una “casualty”: quella del proiettore di immagini studiate appositamente per i loro pezzi, che solitamente girano sullo sfondo durante i concerti.

Purtroppo forse a causa della pioggia qualcosa non funziona e i tecnici si devono arrangiare con giochi di luce e scie di fumo. Poco male davvero, parte la tastiera e si inizia con “Deadwing”: l’impatto è ottimo, batteria potente e chitarre pulite, Wilson in palla, tutto ingrana a meraviglia. La scaletta prosegue con “Lazarus”, “The Sound Of Muzak”, “Arriving Somewhere But Not Here”, “Halo”, l’ultimo album è chiaramente privilegiato anche se non mancano pezzi da Lightbulb Sun e sorpresa – non sorpresa (per chi c’era solo qualche mese fa a Milano o Roma) Up The Downstairs, con Wilson che al solito chiede quanti tra i presenti ricordino l’album e ai pochi “io” scorati risponde: “Ah ok, three of you”.
[PAGEBREAK] Il frontman ha la capacità innata di catturare l’attenzione ma è impeccabile il lavoro del resto del gruppo, specie quello del batterista Gavin Harrison, invisibile dietro ad una gigantesca Sonor ma impossibile da ignorare. Il pubblico (semi)civilizzato resta seduto mentre gli altri presi dalla foga si accalcano vicino al palco o in piedi sulle sedie, coprendo la visuale ad una buona fetta dei presenti, neanche gli inviti di Wilson ad allontanarsi bastano per placare il “calore” dei presenti. Il concerto è coinvolgente e la magia creata da suoni, carisma e colori ammalia proprio tutti, con picchi di emozionalità su “Mellotron Scratch”: cinematografica la scena del vento che trascina via il fumo mentre i Porcupine intonano il finale a cappella. Deadwing ne esce rinvigorito, chi aveva dubbi sull’ultimo album ha dovuto aggiustare di qualche centimetro la propria posizione, perché tutti i pezzi dal vivo hanno reso a meraviglia. Torna la voglia di rispolverare l’album per rileggerlo nella chiave che ci hanno dato gli autori stessi, ricordandoli sul palco che suonano con classe anche dopo un’ora di ritardo, anche con problemi tecnici e con un tempo inclemente che li castiga nuovamente sul finale. Infatti è sulle note di “Blackest Eyes”, penultima canzone della setlist, che si rovescia un nubifragio di quelli repentini e violentissimi. Wilson abbandona in tutta fretta la chitarra e il pubblico esce di corsa, non c’è tempo per la band di salutare né per il pubblico di applaudire, il concerto si chiude così.

Peccato andarsene sul più bello, ma certo quell’ora abbondante di concerto è bastata a tutti per poter apprezzare i Porcupine Tree in una cornice originale, perfetta per il loro antico/moderno modo di intendere il progressive e la psichedelia. Una dimostrazione di capacità e stile da un gruppo che ormai riesce a coinvolgere tutti, bastava guardare tra il pubblico per trovare gente di mezza età, giovani e giovanissimi, metallari con le maglie degli Opeth, rocker, gli espertoni che snocciolano ogni influenza e dicono con che gruppo spalla avevano suonato nell’Aprile del ’95, i fan accaniti che pensano che i Porcupine Tree siano il gruppo migliore dell’universo conosciuto (e sanno anche motivarlo), il passante e il curioso. Persone di ogni tipo, tutte sotto la pioggia per la band di Steven Wilson, tutte soddisfatte a fine concerto.

Grazie a Emanuele e Luca per le foto.

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