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Il capitale umano, il lato oscuro della finanza

Che Virzì sia uno dei massimi registi italiani viventi credo sia cosa accettata e digerita, ma ciò che lo rende quasi un unicum nel nostro panorama è la sua abilità nell’attraversare i generi, esplorandoli dall’interno e riuscendo ogni volta a succhiare spunti e riflessioni dagli orizzonti più disparati, presentandoli sempre con un taglio del tutto personale. È uno dei pochi a riuscire ancora a realizzare commedie degne di questo nome, senza perdersi in gag truci e sapute. Questo perché, commedia o dramma che sia, Virzì e i suoi sceneggiatori mettono al centro sempre personaggi solidi, coerenti dal punto di vista narrativo e interpretati da attori di classe perfettamente orchestrati dal regista.

Ma i meriti de “Il Capitale Umano” arrivano anche e non ultimo dalla struttura narrativa scelta, una serie di capitoli che raccontano e ri-raccontano la storia di volta in volta dal punto di vista di un personaggio diverso, svelando a poco a poco il mistero che apre il film. Eh già, perché l’ultimo film di Virzì ha in sé anche i tratti del giallo, usati con parsimonia, ma che conferiscono comunque la giusta tensione per farti desiderare di procedere avanti nella storia, anche se quel giallo non è poi l’elemento principale del film, ma solo il suo McGuffin. Non è l’ombra di un probabile delitto a proiettare le ombre sulle vicende e sui personaggi; sono questi ultimi a sporcare, man mano che passano i minuti, una vicenda ben legata all’attualità, fatta di investimenti arditi, di finanzieri col complesso della divinazione e della macchinazione, e – nel piccolo e nello specifico – di padri tutti concentrati su se stessi che si mangiano il futuro dei figli.

La questione della crisi finanziaria è affrontata in tocco di fioretto, ma risulta più esaustiva di un manuale di economia. Non che ci interessi più di tanto, ad ogni modo: ci interessa solo per il modo in cui il film faccia leva sull’attualità per raccontare poi i personaggi. Il maschile di Virzì è, nella migliore delle ipotesi, una macchietta patetica che tenta il salto di qualità senza averne le forze, solo per “odorare” un mondo superiore; nella peggiore delle ipotesi è invece la raffigurazione di un machiavellico desiderio di primeggiare, di conquistare tutte le vette possibili nel modo più veloce possibile, senza preoccuparsi delle vittime. I figli, per un imprenditore brianzolo di grosso calibro, non sono altro che un’estensione del proprio ego e, soprattutto, della propria ambizione, del proprio palmares di successi. Virzì, memore del cinema italiano di qualche decennio fa, riesce a raffigurare tipologie umane ben note senza bloccarle nel bozzetto, contrapponendo in particolare il gigionismo di Bentivoglio e l’aura ombrosa di Gifuni, quasi tutt’uno con l’ambiente nebbioso, glaciale, fuori dal mondo della campagna brianzola.

In questa fiera dell’arrivismo a farne le spese sono le donne, sacrificate però spesso dalla loro accettata subalternità, sempre nel timore di perdere ciò che le rende la vita facile. A un certo punto il cono di luce sembra arrivare dai ceti più bassi, ma Virzì è bravo a non cedere al populismo, sparpagliando meriti e colpe, vizi e virtù da un polo all’altro dello strato sociale, raffigurando sino alla fine media e alta borghesia come i ceti meno abbienti, gli intellettuali come i politicanti, con forti dosi di chiaro scuro. Se nell’ultima scena propende per un finale un po’ troppo accomodante, Virzì si fa perdonare comunque per aver realizzato un film non esente da qualche difettuccio, ma talmente marginale che nulla toglie alla materia viva raccontata, in una storia che peraltro ha il coraggio di affidare un barlume di speranza ai giovani, in special modo al personaggio di Serena: e gli occhi di Matilde Gioli sono indimenticabili, te li porti appresso anche quando esci dalla sala.

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