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Captain America: The Winter Soldier: La spia che venne dal freddo

Captain America è il meno interessante, tra gli eroi Marvel. Opinione del tutto personale, per carità, ma il pezzo è a firma mia e dunque la gestisco io. Il motivo è abbastanza semplice: se accettiamo che la forza degli eroi di Stan Lee e soci sta nella loro assoluta normalità (problemi inclusi) ogni volta che si tolgono la maschera o il costume e dunque in un affronto della vita e dei suoi ostacoli quotidiani con un atteggiamento che ritroveremmo uguali in un signor Smith qualunque. Altro problema è il nome stesso, inglobato in quello di un’intera nazione, vissuta dal personaggio come patria, in onore al suo passato/eternamente congelato nel mondo militare. Certo, Steve Rogers parte da uomo qualunque, anzi anche al di sotto delle qualità accettate per entrare in guerra e molto umani sono molti dei suoi sentimenti, prima di tutto quello dell’amicizia. Il primo film aveva il compito di dover raccontare il retroterra storico del personaggio, ambientando tutto in un orizzonte bellico che spremeva sin troppo la già pericolosa retorica fasciata nel costume/bandiera del personaggio. Portava a casa un risultato comunque sufficiente, ma del tutto modesto rispetto ai corrispettivi colleghi cine-fumettistici della stessa Casa.

Tutta questa lunga introduzione per dire che Anthony e Joe Russo sono riusciti invece a svecchiare il personaggio, in ogni senso, ritrovandolo nel mondo contemporaneo, già attraversato nel film di Joss Whedon. E fanno centro. Certo, permangono gli spigoli pomposi, qualche dialogo al limite del fascismo, un affronto del tema dell’amicizia un tantino superficiale, ma bisogna dare atto agli autori di aver compiuto un bel passo avanti, consegnandoci un giocattolone divertente e divertito, che oltre a spaccare tutto come è gentilmente richiesto in questo genere di pellicole, si prende anche il gusto di approntare un discorso un filino più complesso. E lo fa sfruttando proprio le caratteristiche del protagonista.

Captain America è il più istituzionalizzato degli Avengers, quindi le sue storyline per funzionare devono necessariamente intrecciarsi con le vicende dello Stato, le sue missioni devono affondare nelle viscere oscure del potere costituito. Ecco perché la principale fonte del miglioramento del materiale consegnato qualche anno fa da Joe Johnston sta nel taglio scelto, raccontare cioè la nuova avventura di Captain America con le sfumature e le ombre della spy story, con il più classico “non fidarti di nessuno”, le istituzioni che crollano dall’interno, i mentori che ci rimettono le penne e i capi che nascondono, per il bene o per il male questo il dilemma, molte delle informazioni preziose ai nostri.

E per ottenere il massimo da questo genere, quale idea migliore se non quella di mettere ai vertici del comando dello SHIELD un attore come Robert Redford, non solo istrione sopraffino, ma soprattutto icona indelebile, per l’America e per il mondo, dello spy-cinema, specie di quello realizzato in un decennio (gli anni Settanta) di grande incertezza e di scoperta paranoia, proprio come il nostro. Redford, pur in un ruolo atipico per i suoi standard, riesce a essere convincente e a riunirsi con un bel twist della sceneggiatura ai temi del primo film, tanto quanto lo farà il nemico di questo capitolo.

L’altro grande polo d’attrazione del film è ovviamente Nick Fury, finalmente eletto a semi-protagonista, dopo che nei film Marvel è stato quasi sempre confinato nel ruolo del generale degli Avengers, ma poco attivo e presente nella pratica. Samuel L. Jackson sembra nato per questo ruolo. Prima ancora della sua recitazione è il suo fisico ad adattarsi alle vesti e alla tensione di Fury. Senza contare l’influenza che hanno su di noi, spettatori postmoderni, le professioni d’amore da parte dell’attore per i comics, anche in tempi non sospetti, ben prima di indossare la famosa benda nera.

È anche grazie a questi comprimari di lusso che The Winter Soldier trova una sua cifra pur nei difetti, rinnovandosi e aggiornandosi, alternando sapientemente azione e strategie, ammiccamenti e sentimenti, sensualità e complicità (grazie alla coppia Chris Evans/Scarlett Johansson, splendida nelle vesti aderenti della Vedova Nera). Qualche spruzzata di screwball comedy aggiornata ai tempi del web, con alcune battute un po’ facili e un tantino risapute, ma topiche di questo genere di film (vedi alla voce cameratismo maschile tra Evans e Anthony Mackie nelle sequenze d’azione), esplosioni e distruzioni di palazzi come se non ci fosse un domani, inseguimenti d’auto con sparatutto girati come Dio comanda, da adrenalina pura, specie perché capitanati dal grugno orbo di Samuel Jackson. E quando Samuel Jackson sfugge a un attentato con una potenza di fuoco come quella, quando Samuel Jackson si sottrae al colpo di grazia di un nemico macchina scavando un buco nell’asfalto e un cunicolo sotto la strada tu piccolo spettatore seduto sulla tua poltroncina al cinema puoi solo annuire e dire: si può fare. O meglio: Samuel L. Jackson/Nick Fury lo può fare.

E tutti a casa contenti.

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