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Carcass: Ritorno in sala operatoria

L’estate 2013 si rivela emozionante per gli amanti del death metal. Dopo la riconferma portata dagli Autopsy, tocca ora agli inglesi Carcass fare risuonare a morto la campana del genere estremo più rappresentativo della musica tra anni ’80 e ’90. LV approccia il nuovo disco “Surgical Steel”, intrigante fin dalla copertina, insieme al cantante e bassista Jeff Walker. Ecco l’estratto della conversazione.

Allora Jeff, benvenuto su LoudVision. Come va e dove sei ora?
Sto benissimo e vivo sempre a Liverpool, dove i Carcass sono a casa. Ma adesso fuori le domande!

“Surgical Steel” è il primo disco dal 1996. Avete pensato di inglobare spunti musicali più recenti?
Niente affatto. Questo disco è il risultato di un ritorno a uno spazio ideale e a una cornice mentale che risale a vent’anni fa. Contiene parecchia New wave of british heavy metal e influenze di rock classico, ma è tutto triturato nel frullatore Carcass. Le fonti di molti dei nostri, riff durante le registrazioni, sono state le stesse dell’epoca della preparazione di “Necroticism”. La nostra ispirazione sono gli stessi Carcass, basta guardare all’indietro e poi… fuoco! È semplice quando hai qualcosa da provare.

I Carcass tornano anche con i titoli lunghi delle canzoni e i testi asperrimi. Sono dettagli importanti per voi?
Ma certo, volevamo solo scrivere il migliore album dei Carcass. Cioè, ogni volta che fai un disco cerchi di superare quello che l’ha preceduto, anche se dopo “Swansong” questa era una cosa piuttosto semplice, ahah! Era fondamentale tornare indietro alle proprie radici e, dal punto di vista dei testi, l’ispirazione è arrivata dal nostro vecchio stile, quello ricco di umorismo nero e da forca, non quello a base di cinico realismo di “Swansong” e “Heartwork”.

Come vi siete divisi il lavoro in studio? I nuovi membri hanno dato un contributo?
Solo Dan Wiliding: l’album è scritto e registrato come un essenziale terzetto. Ben Ash è salito a bordo nel momento in cui abbiamo avuto bisogno di un chitarrista dal vivo. La fase di registrazione è stata la solita, senza sorprese, fatta eccezione per Colin Richardson, il produttore, che deve essersi stufato e se n’è andato. Comunque, non abbiamo un metodo lavorativo stabile, qualunque cosa vada bene per le canzoni merita di essere provata. Tutti i riff sono di Bill con l’eccezione di una canzone, ma anche io e Dan abbiamo dato dei contributi. Le cose si sono modificate, i riff non sono incisi nella roccia e tantomeno le linee di batteria. Proviamo e proviamo e teniamo quello che ci piace.

I brani sono stati scritti in diversi periodi di tempo?
Più o meno in un anno, non un periodo propriamente intenso di scrittura. Ma un po’ di riff provengono dagli ultimi 17 anni: quelli di “Thrasher’s Abattoir”, per esempio, vengono da prima di “Swansong”. Il collegamento con il passato è fuori di dubbio, ma non è stato un assemblaggio caotico di vecchi avanzi; è un gran misto, certamente ricolmo di materiale nuovo. Direi che, probabilmente, il 25% dei riff Bill li ha scavati fuori da vecchi nastri che io non avevo mai ascoltato.

Al tempo della reunion, nel 2007, fare un nuovo album sembrava fuori discussione.
Concluse le date dal vivo per la reunion, Bill ha avuto tempo di riflettere su cosa a quel punto volesse fare. Penso che avesse di nuovo il desiderio e la passione di continuare il lavoro interrotto coi Carcass. In ogni caso, durante un’intervista nel 2008, io avevo già detto che avrei fatto carte false per scrivere nuovo materiale. C’era solo bisogno che Bill fosse disposto a raccogliere l’idea, cosa che ha fatto. Ciò che ha reso tutto facile è che avevamo già incontrato Dan durante un tour con gli Aborted: in questo modo la tessera mancante del puzzle – il vuoto lasciato da Ken Owen – è stata recuperata.

Un titolo, “1985”, è lì per ribadire ulteriormente i legami col passato?
È semplice, quella musica è del 1985. Se vogliamo ribadire i legami con il passato? È fondamentale avere delle radici e ancora di più lo è essere in grado di provarle.

Avete provato a coinvolgere Michael Amott e Ken Owen per “Surgical Steel”?
Assolutamente no. Perché non chiedere se abbiamo tentato di tirare dentro pure Carlos Regadas? Ken è stato coinvolto indirettamente perché la sua influenza trasuda all’interno dell’intero album, dall’ispirazione per i testi fino alla batteria, passando anche per i riff e per i titoli dei brani. Fa anche una comparsata come seconda voce. Stessa cosa anche per Chris Gardener, il primissimo bassista della band.

Ok. Ora che non sei così giovane, segui tecniche particolari per gestire la voce?
Nessuna e, anzi, sembra che vada sempre al meglio. È il solo talento – o assenza di talento! – che abbia mai avuto. Avere il lusso di spendere tempo a sufficienza per ogni canzone le ha rese praticamente perfette. Ai vecchi tempi era sempre una corsa contro il tempo.

Ora un commento a freddo su alcuni vecchi dischi dei Carcass: “Reek Of Putrefaction” (1988).
Brutto e cattivo, un abominio sonoro. È abbastanza figo pensare che un po’ di gente ami quel disco, sono orgoglioso del fatto che è così terribile ma le persone ne traggono divertimento.
[PAGEBREAK] “Necroticism” (1991).
Il nostro album “progressivo”, il favorito dalla critica. Non il nostro comunque: noi non abbiamo un lavoro dei Carcass che preferiamo, è questo il motivo per cui facciamo un nuovo disco, per provare a perfezionare album di cui eravamo già soddisfatti. È un processo senza fine.

“Swansong” (1996).
Sempre sottovalutato. Ha comunque più ammiratori che detrattori di quanto la gente potrebbe credere. Molto insultato da alcuni ma anche assai amato da altri.

Come ti trovi a suonare del “vecchio” death metal nel 2013? Il genere è stato interamente rimodernato e Dan, il batterista, proviene proprio da questa rilettura contemporanea.
Mi sento necessario: gli anni d’oro del death metal sono stati la metà e la fine degli anni ’80. È vero che Dan rappresenta un trend contemporaneo, ma ha corretto il suo stile per adattarsi ai Carcass. Per esempio, ha mollato doppio pedale, “euroblast”, triggering e altre scemenze e con noi suona “old school”, con il blast a piede singolo. Inoltre, non ha utilizzato click track per questo album. Il suo tempismo naturale è impressionante ma non perfetto: è umano ed è ciò che lo rende adatto ai Carcass.

È stato reclutato tramite audizioni?
Nessuna audizione. L’avevamo già “provato”: eravamo a conoscenza di quanto fosse bravo dal tour con noi negli Stati Uniti, nel 2008. Abbiamo invece fatto un provino con un altro tizio, sconosciuto questo, che ha ridimensionato Dan ed era veramente potente. Alla fine, comunque, abbiamo scelto Dan.

Cosa ti viene in mente ripensando al contesto sociale e musicale di Liverpool, quando la band si chiamava Disattack?
I Carcass hanno preceduto i Disattack, che erano una specie di band clone dei Discharge con cui Bill vagabondava a causa di un innamoramento per l’hardcore punk e per il fatto che non c’erano metal band aggressive nei paraggi cui potesse unirsi. Non penso invece che ci fosse un contesto sociale specifico. Il metal e il punk erano e sono la musica per i disadattati della società, per la gente che non vuole essere parte della mentalità del gregge. Le band erano solamente qualcosa in cui si entrava se ti sentivi creativo, amavi la musica, volevi suonare dal vivo e anche un po’ tirartela, immagino. Non c’era un proposito di carriera, come invece molti ragazzini sembrano pensare oggi. Secondo loro è un modo per fare soldi, per diventare una rock star, oppure un calciatore professionista. I Carcass si sono formati per divertimento.

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