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Carlo Di Carlo ci parla del suo nuovo non-documentario

Per la sezione Orizzonti è stato scelto un documentario su Michelangelo Antonioni realizzato da Carlo Di Carlo, critico cinematografico e studioso del cinema del grande maestro. Ne è stato anche collaboratore e amico, e con l’opera “Antonioni Su Antonioni” ha compiuto un lavoro di ricerca, recuperando una grande quantità di materiale, principalmente telvisivo, legato alla vita del regista di “Blow Up”. Incontriamo Di Carlo per farci spiegare il motivo di questo suo lavoro.

Perché un documentario su Antonioni?
Vorrei dire, innanzitutto, che non è un documentario. È piuttosto un progetto, tradotto in film, in cui volevo far sentire la voce di Antonioni, quella voce che da 22 anni, da quando si è ammalato, abbiamo perso. Ho visionato ore di interviste televisive, ed ho scelto tutti quei passaggi in cui affrontava i discorsi più intimi, in cui appariva più riflessivo, privato.

Perché ha scelto materiale in cui Antonioni parla di sé e non del cinema?
Il filo rosso che ho seguito è quello delle tematiche sulla vita; ho iniziato con l’intervista seguita al Leone d’Oro che vinse a Venezia per “Deserto Rosso”. L’arco temporale è quello tra il 1964 e il 1985.

Compare un Antonioni diverso da quello dei luoghi comuni, quasi ironico.
Su di lui c’erano tante leggende, che fosse schivo, reticente; invece era una delle persone più disponibili e simpatiche che abbia mai conosciuto. Il gioco, l’elemento ludico erano una delle parti integranti del suo carattere.

Lui era un uomo che guardava solo al futuro, e non amava ricordare, perché?
In questo eravamo in contrasto, è vero che lui si interessava solo al futuro, e penso che questo gli derivasse anche dal fatto che debuttò grande, a 38 anni. Oggi è molto diverso, in giro ci sono film di ragazzi di 20-21 anni, che con la loro digitale credono di girare un film quando, invece, alle spalle non hanno nulla. Quando ho fatto l’aiuto regista a Pasolini, per me era il primo passo per fare questo lavoro. Prima di fare bisogna studiare, imparare. Molto. La nuova tecnologia ha creato una grande discrepanza tra l’essere e il fare, e dando la possibilità di fare comunque, toglie la possibilità di essere.

Antonioni dichiarava di odiare le menzogne, eppure la sua arte, il cinema, ha molto a che fare con la menzogna…
Il cinema ha la capacità di mentire sulle storie non sui sentimenti e lui cercava la verità attraverso la finzione cinematografica. Quello che Antonioni non sopportava era, invece, la menzogna della vita in cui io, per avere un rapporto con te, ti dico di essere altro da quello che sono.

Per tutti è il regista che ha comunicato l’incomunicabile. È vero?
Lui ha sempre cercato di fuggire questo luogo comune; non è vero che era un regista incomunicabile, ma è vero che comunicasse l’incomunicabilità della vita. L’uomo, nella società attuale, ha una maggiore difficoltà a relazionarsi, e questo spiega una società in cui sono aumentate le nevrosi e la depressione sono accettate come malattie comuni

E il cinema di oggi, rispetto ad Antonioni?
Nonostante mi sforzi, non capisco dove oggi il cinema voglia andare a parare, non trovo cifre stilistiche. Spesso è un cinema troppo gridato, che ti rincorre, fin quasi a violentarti. Quello che è importante, quando si va al cinema, è l’emozione in sé, non la scossa emotiva

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