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Carlo Verdone: Amarcord

La Feltrinelli della Galleria Alberto Sordi di Roma è un bel posto per incontrare gente famosa che presenta i propri libri a un nutrito drappello di persone di età trasversale. Questa cosa manda in brodo di giuggiole l’industria culturale, poiché costituisce una spettacolarizzazione di un settore old-style e sempre meno frequentato quale quello del libro, cartaceo, con le pagine, l’inchiostro e tutto il resto.

Arrivo con un po’ d’anticipo, così guardo le vetrine della Galleria ma ci sono già tante persone. Wow, penso. Carlo Verdone, con i suoi esilaranti personaggi degli inizi in tv, e, oggi, con le sue commedie di gran successo e mai volgari, è amatissimo. Arriva ed è una standing ovation. L’occasione è la presentazione del suo libro “La casa sopra i portici“. Non un’autobiografia, né una biografia, ma “la storia di un appartamento”, quello in cui ha vissuto con i genitori e i fratelli, secondo la definizione dello stesso Verdone.
Casa Verdone non era un semplice appartamento romano signorile e borghese, a due passi da ponte Sisto, sul lungo Tevere, con un bellissimo terrazzo, al terzo piano di un palazzo rosso porpora di proprietà del Vaticano.

Il padre di Carlo, Mario Verdone, era tra i più autorevoli critici cinematografici, tra i primi in Italia ad istituire, negli anni ’50, una cattedra di “Storia e Critica del Cinema” alla Sapienza di Roma, direttore del Centro Sperimentale assieme a Roberto Rossellini, nonché famoso studioso dell’arte futurista. Potete immaginare come Casa Verdone vantasse le migliori frequentazioni: tutto il mondo cinematografico italiano del periodo d’oro è passato di lì, De Sica, Rossellini, Fellini, Pasolini, Antonioni, Lattuada, Flaiano e molti altri ancora. Insomma, casa Verdone un po’ come il Circolo degli Scipioni. Su questo, e sull’aneddotica famigliare, si sofferma Verdone Junior. Che, grazie all’apporto del curatore, Fabio Maiello, pianifica il suo libro come una scacchiera, in modo rapsodico: ogni capitolo corrisponde a una stanza della casa, di cui si raccontano i ricordi. Scene di vita famigliare, momenti di ilarità ma anche di tensione. [PAGEBREAK]

Verdone è un mattatore e riceve l’omaggio entusiastico dei suoi ammiratori riuniti nell’elegante Galleria che porta proprio il nome del più grande attore della commedia all’italiana del dopoguerra, Alberto Sordi, di cui spesso Carlo Verdone è stato definito l’erede.
Racconta i famosi scherzi giovanili, di quella volta che telefonò al padre che stava scrivendo un saggio sul futurismo e si finse un importante pittore futurista, tale Cruciani, amico di Boccioni. E, al padre incredulo e perplesso, che iniziava a spazientirsi, urlava “si vergogni!”, perché non lo conosceva, e il padre incazzato nero ma con lo scrupolo dello studioso che consultava febbrilmente la Treccani alla ricerca di questo Cruciani.
Ecco, i racconti di Verdone emanano una grande affettività nei confronti dei suoi genitori, di cui loda la capacità, all’avanguardia per quel tempo di instaurare un dialogo con i figli, facendoli partecipi di discussioni intellettuali, così come di momenti più goliardici, come quelli in cui la madre allestiva un vero e proprio teatrino di burattini in corridoio. È un atto d’amore nei confronti della sua amata famiglia e di quella casa, che ora non gli appartiene più (è tornata al Vaticano) e che ha accolto i momenti più felici della sua gioventù.

Rimane un dubbio: perché dovremmo leggere un libro che parla della sfera privata di una famiglia, col pur dovuto rispetto della privacy? Certo, una casa frequentata dai maggiori artisti e intellettuali del tempo, ma si può dire che il libro abbia un valore che va al di là dell’aneddotica, e cioè un valore, se non letterario (come “Lessico Famigliare” di Natalia Ginzburg), almeno culturale?

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