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Intervista a Carlo Zannetti: Il Paradiso Di Levon, il suo primo romanzo

Raggiungo la libreria Ubik di Bologna in quell’uggioso pomeriggio di venerdì 19 giugno. Carlo Zannetti è lì seduto, sorridente e intento a parlare con un’amica. A fianco a lui, un cane alterna nervose occhiate tutt’intorno  a momenti di sonno vigile, la testa affossata nelle zampe. E’ un pastore tedesco, mi dirà poi, e si chiama Stella. Mi presento ma lui sa già chi sono: è al corrente dell’intervista. Mi invita gentilmente a sedere su una delle sedie in vimini poste a semicerchio davanti ad un piccolo tavolo sul quale, neanche a dirlo, campeggia in bella vista “Il Paradiso Di Levon”, il suo primo romanzo (edizione Anordest).

Occorre ora fare una piccola presentazione. Il nome Carlo Zannetti dirà poco e niente a molti di voi. Questo perché, la maggior parte delle volte, ha vissuto “nell’ombra”. Mi vengono in mente, a tal proposito, i “ghost-writers”, professionisti della penna che redigono slogan e discorsi di celebri politici e VIP. Carlo Zannetti è anch’egli un professionista. Chitarrista e compositore, ha vantato numerose collaborazioni nella sua carriera (qualche nome? Eugenio Finardi, Enrico Ruggeri, Loredana Berté, Sonohra, Jalisse e molti altri); ha partecipato ad oltre 1200 concerti (tra i quali ama ricordare la celebrazione dei cinquant’anni di Amnesty International) e  tuttora suona, a fianco di artisti italiani ma non solo, in numerosi club nostrani ma anche francesi. “Il Paradiso Di Levon” segna il suo esordio come scrittore. E da lì siamo partiti

 

Da musicista affermato quale sei, che cosa ti ha spinto a scrivere un romanzo?

La ragione più importante è forse  una scommessa personale, nel senso che io ho deciso di scrivere un libro con il cuore. L’ho fatto per vedere se il cuore, nei tempi in cui viviamo, sia ancora in grado di funzionare. Ho cercato di scrivere un libro che arrivasse a tutti, utilizzando un linguaggio  piuttosto semplice. Niente elitarismo quindi, né voglia di sfoggiare inutilmente la mia cultura, come fanno molti altri scrittori. E’ una mentalità che non mi appartiene, anche se rispetto.
Il fatto di aver voluto scrivere un libro con il cuore si è tradotto anche nello sforzo di “celebrare” con affetto numerosi personaggi che ho incontrato lungo il mio cammino. Personaggi universalmente considerati ai margini della società, ma che a me hanno dato moltissimo. In un certo senso, credo che “Il Paradiso di Levon” sia un inno alla riconoscenza.

Da questo si capisce come “Il Paradiso Di Levon” abbia le caratteristiche di un’autobiografia…

Certamente! E’ chiaro che Levon, protagonista delle vicende, non è altro che il mio alter ego. Di certo non potevo permettermi di scrivere “l’autobiografia di Carlo Zannetti”, uno che è sempre stato dietro alle quinte. In pochi si sarebbero interessati. Di qui la scelta specifica del romanzo.  In questo libro, Levon è mostrato nel momento subito successivo alla sua morte. Poiché si tratta di un personaggio che nella vita è andato sempre controcorrente (come in fondo è successo a me), egli decide, da morto, di “ridisegnarsi” (letteralmente) un Paradiso su misura, un Aldilà ideale in cui si possa portare dietro tutte le figure che lo hanno accompagnato: dai suoi cani ai suoi amici più stretti.

Gli stessi personaggi che Levon incontra, denotati da caratteristiche talvolta bizzarre, sono tutte persone che tu hai incontrato nella tua vita, quindi?

Sì. Mi auguro che ogni ragazzo possa incontrare tante persone come ne ho incontrate io, e che non le escluda dalle proprie amicizie solo per una condizione sociale (o perché non sono vestiti bene). Bisogna avere il coraggio di andare oltre. Io, da ciascuna delle persone  descritte nel romanzo, sono uscito arricchito.
Vorrei inoltre aggiungere che, oltre ai singoli legami con le persone, ho voluto sottolineare anche il forte attaccamento che ho con Bologna. Ci sono molto affezionato e ne conservo tantissimi ricordi. Pensa, per esempio, che a tredici anni scappavo di casa e, durante la notte, andavo presso la Basilica di San Petronio. Lì c’era Beppe Maniglia che suonava la chitarra, vicino alla sua Harley Davidson. Poi, a volte, si vedeva passare Lucio Dalla. Beppe Maniglia mi diceva: “Vedi quello là? Si tratta di Lucio Dalla in persona!”. E poi lo esortava: “Lucio! Vieni qua un attimo!”. Ma lui non ne voleva sapere: “Vaff******, non ho mica tempo da perdere!”. Erano personaggi straordinari, su cui bisognerebbe scrivere un’altra storia.

 

Il nome del protagonista è preso da Levon Helm, storico batterista dei The Band e cantante. Quali sono le ragioni di questa scelta?

I The Band, inutile dirlo, mi hanno molto influenzato musicalmente quando ero giovane. In particolare Levon Helm. L’idea di scrivere un romanzo risale al 2012, quando egli morì. Mi è venuta spontanea la domanda: “chissà cosa avrà pensato in quel letto d’ospedale prima di andarsene?”. Era un personaggio bizzarro: grandissimo cantante e polistrumentista; aveva un carattere eccentrico ed era molto legato agli animali. Eravamo molto simili. Con questo libro volevo omaggiarlo e salutarlo. In fondo, per me è stato un po’ come un amico di famiglia, sempre presente nella mia testa.

“Il Paradiso Di Levon” è sì un romanzo dalla scrittura semplice, ma anche ricco di citazioni: da Paulo Coelho a Schopenhauer, passando dallo stesso Lucio Dalla…

A me sono sempre piaciute le frasi, le poesie e le citazioni che in qualche modo rispecchiassero la mia condizione. Ho sempre amato tutto ciò che per me suonasse vero e genuino. Dalle biografie dei grandi artisti ai loro aforismi. Questo vale anche per scrittori e filosofi. In questo libro ho cercato di raccogliere tutti gli insegnamenti che questi maestri hanno saputo darmi nella vita. Per esempio, la frase di Lucio Dalla [“la morte è solo l’inizio del secondo tempo”, ndr] suona alquanto strana detta da un uomo come lui. Eppure l’ha scritta e io ne rimasi scosso quando la lessi per la prima volta.

Il romanzo si chiude con il capitolo sulla “sindrome della scelta obbligata della pecora nera”. Si tratta di quell’atteggiamento, da parte dei genitori che hanno più figli, di individuare tra di loro una “pecora nera”, simbolo delle loro frustrazioni ed eterno perdente, solo perché diverso dagli altri. Come mai hai voluto porlo alla fine del romanzo? Il messaggio è quello di rimanere eternamente giovani e liberi dai condizionamenti degli adulti?

Esattamente! Questo è il messaggio che ho sempre voluto dare. Io ho sempre cercato di non lasciarmi influenzare da quello che hanno scritto e detto gli altri e mi son sempre chiesto, prima di prendere una qualsiasi decisione, se stessi agendo con la mia testa. Il fatto di porre questo capitolo nel finale del libro, in completa discontinuità con il resto della storia, è ovviamente una scelta ragionata e conferisce al mio romanzo un tono un po’ inquietante. Del resto, è un finale che ho voluto scrivere per i giovani. Purtroppo mi sono reso conto che “la sindrome della pecora nera” è abbastanza comune quando si hanno dei fratelli. Anche a me ha creato dei grossi problemi di autostima (io ero la pecora nera della mia famiglia).

Quale linguaggio di comunicazione preferisci tra scrittura e musica?

Devi sapere che la mia canzone preferita in assoluto è “Hurricane” di Bob Dylan. E’ una sorta di articolo di giornale trasformato in musica. Bob Dylan ha rischiato di morire per questa canzone, perché ha preso le difese di un pugile nero che era stato ingiustamente accusato. Ha avuto la prontezza e la rabbia di scrivere questo pezzo. Io stesso vorrei arrivare  ad esprimermi così: riuscire cioè a fare un articolo di giornale musicato, o anche un capitolo di un libro. Il mio ideale sarebbe poter dare un grande valore ai testi in un’epoca -come quella di oggi- in cui hanno perso ogni importanza. Ormai si cerca di comunicare con la sola musica. A quasi nessuno importa più dei testi. La colpa, se vogliamo, è soprattutto dei discografici che per vendere di più hanno imposto sul mercato le varie “barbie” canterine, oppure la musica da discoteca. Secondo me, oggi c’è molta più ignoranza. Artisti come Pink Floyd (ma anche molti altri) avevano una cultura musicale sopraffina e producevano dei capolavori a tutto tondo. Oggi  c’è sì il talento vocale, ma una pochezza di contenuti imbarazzante.

Parliamo delle tue collaborazioni. Se dovessi ricordare un artista che ti ha molto influenzato, chi sceglieresti?

Ce ne sono tantissimi, ognuno con le proprie caratteristiche. Sono tutti dei personaggi e meriterebbero più di due parole. Però, così su due piedi, ti rispondo Eugenio Finardi. Abbiamo trascorso intere giornate assieme, nel periodo in cui ci preparavamo per il concerto dei cinquant’anni di Amnesty International (da un punto di vista professionale il miglior concerto che abbia mai fatto). Gli ho fatto visitare i Colli Uganei vicino Padova. Lui si fermava a parlare con tutte le persone che incontrava per strada. Ama la gente senza troppe arie e troppe pretese. E’ un uomo coerente e anticonformista. Inoltre ha una grandissima voce. Senza togliere nulla agli altri, penso che Eugenio Finardi sia il cantautore con la voce più bella.

Oltre che musicista e scrittore, sei anche pittore. In Italia, c’è la cattiva abitudine di etichettare chi fa tante cose come “tuttologo”. Ti ci ritrovi nel tuo eclettismo?

Allora, io sono prima di tutto un musicista. Da bambino mi piaceva anche disegnare e adoravo le poesie. A dodici/ tredici anni ho già cominciato a suonare musica classica leggendola dagli spartiti. Tutte  queste attitudini che ti ho detto mi hanno consentito in qualche modo di “indagare” a 360 gradi molti aspetti dell’arte e non solo. Facciamo l’esempio del vinile che oggi in pochi comprano: a me non piace soffermarmi sulla sola musica che esso contiene, ma  anche sulla copertina, sui testi delle canzoni, sui musicisti che collaborano e su molto altro. Questo approccio indagatore lo utilizzo anche nella vita di tutti i giorni. Diciamo che può essere considerato un pregio e un difetto allo stesso tempo.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Attualmente sto scrivendo un secondo libro. Sto continuando a fare concerti, ma non in Italia. Qui non c’è lavoro. Perciò vivo e suono in Francia, soprattutto nei locali in Costa Azzurra. I tempi sono cambiati rispetto a vent’anni fa.

 

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