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Carnivalesque: Neil Jordan e la magia del cinema

Carnivalesque” è il nuovo romanzo di Neil Jordan appena pubblicato da Bloomsbury: sì, forse non tutti lo sanno o lo ricordano, ma il regista irlandese (citiamo “The Crying Game – La moglie del soldato”, “Michael Collins”, “Intervista col vampiro”, “Fine di una storia”, “Breakfast on Pluto”) è anche uno scrittore, e la sua carriera artistica, prima del debutto cinematografico, è iniziata proprio con una raccolta di racconti, “Night in Tunisia”, nel 1976.

Come il precedente “The Drowned Detective”, uscito all’inizio dell’anno scorso, anche “Carnivalesque” non ha ancora una traduzione italiana, ed è un peccato, perché i romanzi di Jordan non solo dialogano in modo interessante con la sua produzione cinematografica, ma la collocano all’interno di una visione del mondo – e del tempo, e dell’identità umana, e del fantastico – molto precisa: tra le righe dei suoi libri, Neil Jordan ci spiega come mai abbia scelto di fare cinema, e perché le sue storie abbiano spesso a che fare con fantasmi, vampiri e sogni.

Non fa eccezione “Carnivalesque”, nel quale l’adolescente Andy vede la propria immagine riflessa prendere vita dopo essere entrato (casualmente?) in una Hall of Mirrors, la casa degli specchi di un circo. Il riflesso, «the reality robbed of all his substance» («la realtà privata della sua sostanza»), tornerà a casa con gli ignari genitori di Andy, mentre il vero Andy, «the substance robbed of all its reality» («la sostanza privata della sua realtà»), sarà accolto dai carnies, i lavoratori del circo/carnival, che non sono semplici acrobati e trapezisti ma misteriose, e quasi immortali, creature magiche. Così la storia individuale del changeling Andy si intreccia con la storia collettiva dei carnies, una vera e propria mitologia radicata nel folklore irlandese che Jordan racconta con puntiglio storiografico e perfino ironicamente scientifico.

Il creatore della magica Hall of Mirrors di “Carnivalesque” si chiama Burleigh, e l’idea di trovare un modo per costruire un specchio che potesse «give the reflected as much life of its own as was optically possible» («dare al riflesso una vita il più possibile autonoma»), non gli viene in mente per caso. No, l’idea arriva dopo aver assistito alle prime proiezioni pubbliche dei fratelli Lumière: mentre tutti gli spettatori del cinematografo sono sconvolti dal realismo delle immagini in movimento, a colpire Burleigh è l’opposto, «the simple fact that the image had been separated from its reality» («il semplice fatto che l’immagine fosse stata separata dalla sua realtà»).

Il cinema, insomma, dà vita a figure fuori dal tempo, eterne, non soggette alle spietate leggi terrene. Il cinema crea veri fantasmi. Il cinema offre vere risposte a domande impossibili: perché se la casa degli specchi di Burleigh che separa realtà e sostanza non esiste, il cinema esiste eccome.

In “Shade“, pubblicato per fortuna anche in Italia da Fazi nel 2005 col titolo “Ombre” (traduzione di Lucia Olivieri), uno dei protagonisti torna dalla guerra sfigurato: il suo più grande desiderio sarebbe rivedere la ragazza di cui è innamorato, non ricambiato, da tutta la vita (sto riassumendo e semplificando brutalmente, leggetelo!), ma non può sopportare che gli occhi di lei vedano lui. Impossibile? No, perché lei intanto è diventata un’attrice, e a lui basterà sedersi in una sala cinematografica, «felice di essere nascosto nel buio a guardare il volto di Nina sullo schermo, tremolante, seducente, che si chinava su di lui come una benedizione. ‘Io la vedo, ma lei non può vedere me’».

E Nina, che fin da bambina vede, ed è guardata, dal futuro fantasma di se stessa, riflette così sulla sua esperienza d’attrice di fronte alla macchina da presa: «Trovai nello sguardo a specchio di quella lente maggiore conforto che nel centinaio di volti da cui ero abituata ad essere fissata ogni sera (prima Nina recitava in teatro, ndr). Potevo immaginare chiunque dietro quella lente, qualsiasi occhio, anche se l’unico che vi scorsi mai riflesso lì dentro fu il mio. Che narcisismo perfetto, pensai».

Tra le righe dei suoi libri, Neil Jordan ci spiega come mai abbia scelto di fare cinema: perché il cinema sa come operare concretamente le magie che tanto lo affascinano.

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