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Carol, libro e film: da Patricia Highsmith a Todd Haynes

Si dice spesso che, per realizzare un buon adattamento cinematografico di un romanzo, bisogna saperne cogliere l’essenza. Ma cos’è l’essenza di un testo letterario? Il suo tema principale? L’emozione prevalente che comunica ai lettori? L’arco narrativo con i suoi significati? Il punto di vista dell’autore sugli eventi?

Todd Haynes e la sceneggiatrice Phyllis Nagy scelgono per “Carol“, il film interpretato da Cate Blanchett e Rooney Mara dal 5 gennaio al cinema con Lucky Red, la strada più difficile: la semplicità.

Ridotto all’osso, il romanzo di Patricia Highsmith a cui il film si ispira, “The Price of Salt“, è del resto una semplice storia d’amore. C’è un punto di vista prevalente, quello della giovane Therese, con il quale l’adattamento deve fare i conti, ma i fatti essenziali sono pochi: nella New York dei primi anni 50 Therese Belivet si innamora di Carol Aird, e Carol Aird si innamora di Therese Belivet. Come finirà?

Todd Haynes, che abbiamo appena incontrato alla Festa del Cinema di Roma dove il film è stato presentato in anteprima italiana, lo dice in modo ancora più chiaro: «la suspense di “Carol” nasce dal domandarsi quando le due protagoniste finiranno a letto insieme (it’s really like a suspense film about when they’re gonna have sex), e se ce la faranno malgrado le difficili condizioni che la società in cui vivono impone a due donne innamorate l’una dell’altra».

E la parola suspense non è casuale, visto che la fama di Patricia Highsmith deriva dalla sua corposa produzione di romanzi noir e thriller. Per questo libro giovanile pubblicato nel 1952, l’unico dei suoi che non racconta una crime story e che inizialmente venne firmato con lo pseudonimo di Claire Morgan, Highsmith ha tratto ispirazione dalle proprie esperienze di ragazza. Ma, spiega ancora Haynes, la maestria con la quale ci conduce nella mente della protagonista è già quella dei celebri gialli che verranno: «Leggendo “The Price of Salt” siamo intrappolati nella mente di Therese, proprio come accadrà in seguito con i grandi personaggi criminali creati da Highsmith. Qui però la scrittrice racconta la storia di un innamoramento, e traccia così una linea sottile tra la patologia della mente criminale e la patologia della mente innamorata, mostrandoci quanto siano simili queste due condizioni psicologiche».

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Carol (Cate Blanchett)

Nel libro l’innamoramento di Therese, e la sua evoluzione entusiasmante ma anche dolorosa, vengono descritti con grande freschezza e abbondanza di riflessioni dettagliate. Todd Haynes toglie (quasi) tutto e basa completamente il film sull’atto della visione, con un’intuizione al tempo stesso squisitamente cinematografica e teneramente umana, poiché sappiamo bene come la vista abbia spesso una parte fondamentale nei nostri innamoramenti. Nel film il punto di vista si sdoppia: Therese guarda Carol, e Carol guarda Therese. Ma anche: Therese viene guardata da Carol, e Carol viene guardata da Therese. I due personaggi, e con loro le attrici chiamate ad interpretarli, diventano così a turno soggetto e oggetto di visione amorosa, e quindi di desiderio.

Non è un caso che in “Carol” le due protagoniste si guardino quasi sempre attraverso vetri e specchi. A questo proposito, dice ancora Todd Haynes: «Quando non c’è un filtro, l’atto della visione risulta immediato, e il desiderio di vedere non è frustrato. Nel film ho cercato di ottenere proprio l’effetto opposto. Perché l’atto della visione passa in primo piano quando, come spettatore, devi concentrarti per capire chi sta guardando chi, e chi si trova da una parte o dall’altra dell’obiettivo».

Insomma, semplicità sì, ma consapevolmente cercata attraverso un lavoro di regia raffinatissimo che ha coinvolto il direttore della fotografia Ed Lachman, storico collaboratore di Haynes, e poi le interpreti Cate Blanchett e Rooney Mara, poiché il filtro che caratterizza la visione può essere fisico, come un finestrino di automobile (pensando a un paio di scene particolarmente significative), ma anche emotivo: «Amo come le storie d’amore – riflette Todd Haynes – ci facciano sempre identificare con il più fragile all’interno della coppia e con il suo delicato stato mentale. Nel caso di “Carol”, all’inizio la più vulnerabile è Therese, ma quando nell’ultima parte torniamo a quella prima scena (la struttura circolare di “Carol”, voluta da Haynes, cita esplicitamente “Breve incontro” di David Lean, ndr), la situazione è cambiata: ora è Carol la parte debole, ed è lei a guardare Therese attraverso la barriera creata dal vetro e dal desiderio».

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Therese (Rooney Mara)

Il valore di Carol e Therese, come personaggi, è duplice: sono entrambe donne reali ma incarnano contemporaneamente, agli occhi l’una dell’altra, l’immagine irraggiungibile e idealizzata della persona amata. Così Cate Blanchett, spiega ancora Haynes, interpreta sia «l’immagine bellissima ed elegante» della Carol che fa innamorare Therese, sia «la persona vera, con la sua infelicità e i suoi problemi. Era quindi essenziale che Cate fosse sempre consapevole del modo in cui la macchina da presa avrebbe girato la scena: dal punto di vista di Therese? Oppure di Carol? Perché non puoi recitare allo stesso modo quando sei l’oggetto del desiderio piuttosto che il soggetto».

Questo aspetto della doppia immagine di Carol è enfatizzato da una felice scelta di sceneggiatura: diversamente dal romanzo, dove è un’aspirante scenografa, Phyllis Nagy ha scelto di rendere la Therese del film una fotografa alle prime armi (vedi la clip in fondo all’articolo). «Therese all’inizio non si sente a proprio agio nel fotografare le persone – dice Haynes – e sarà proprio Carol il suo primo soggetto umano, quello che le permetterà di imparare a vedere la realtà, letteralmente ad inquadrarla, ma anche a vedere se stessa, e capire così che tipo di donna vuole diventare e il ruolo che andrà ad occupare nel mondo».

A Phyllis Nagy, che ha conosciuto Patricia Highsmith e dalla quale è nato il progetto “Carol” ormai diversi anni fa (Haynes è stato coinvolto più tardi, e per la prima volta qui è solo regista), dobbiamo anche l’ammirevole sintesi con la quale viene tratteggiato il background delle protagoniste. La solitudine di Therese, ad esempio, che non ha più una famiglia (nel libro ci viene detto che non vede la madre da anni e si trova in un momento della propria vita nel quale anche alcune vecchie amicizie si stanno sfaldando), ci è chiara attraverso un’unica battuta: quando il fidanzato (o aspirante tale) Richard la invita dai suoi per Natale, lei – che naturalmente ha un unico pensiero fisso: Carol – cerca di svincolarsi dicendo che «Christmas is for families, il Natale è per le famiglie».

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Todd Haynes e Sarah Paulson sul set di “Carol”

Ma è con Abby Gerhard, l’amata amica di Carol, che Phyllis Nagy firma un piccolo capolavoro. Abby nel film ha pochissime scene, e le parole pronunciate ad alta voce ce la presentano come una donna molto legata a Carol, che conosce da quand’erano bambine e con la quale in passato ha anche avuto una relazione, ormai conclusa. Il nucleo tragico e bellissimo del personaggio di Abby, però, sta nel fatto che quell’amore, per lei, non è affatto finito. Ma è un amore talmente forte e sincero da farla restare accanto a Carol, anche quando Carol si innamora di un’altra donna. «Abby has loved me practically all her life, Abby mi ama praticamente da tutta la vita», dice la Carol del romanzo.

La sceneggiatura nasconde l’amore di Abby per Carol negli occhi e nei gesti di Sarah Paulson (guardatela e riguardatela, un’interpretazione delicatissima) ma anche in un frammento di dialogo: quando Harge (Kyle Chandler, molto lodato da Haynes), il marito da cui Carol sta divorziando, si appella a Abby per ritrovare la moglie, Abby reagisce con rabbia, accusandolo di aver fatto soffrire Carol e di essersi comportato molto male nei suoi confronti. Ma nel momento in cui Harge, disperato, dice semplicemente «I love her, io la amo», Abby risponde con altrettanta, ma rassegnata, disperazione: «I can’t help you with that, su questo non posso esserti d’aiuto».

Ecco, è proprio questa una delle qualità più incantevoli di “Carol”: tra le sue inquadrature perfettamente composte (e montate, il lavoro svolto da Affonso Gonçalves è impeccabile) lascia ampio spazio all’immaginazione e alle fantasie romantiche degli spettatori (che belli i film d’amore, quando sono belli davvero), senza sentire il bisogno di spiegare o peggio banalizzare ogni passaggio.

Lo dice molto bene il blogger e critico americano Nathaniel Rogers in un articolo sul film che vi consiglio (vedi punto 9): «Abbiamo questa serie di inquadrature che, da sole, raccontano una storia pienamente soddisfacente. E la raccontano in modo tale da lasciare al pubblico la possibilità di espanderla nella propria mente, grazie alla ricchezza delle immagini e alla profondità con la quale i personaggi risuonano in noi».

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