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  • Cass McCombs: Wit’s End

    Cass McCombs

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Grigio ovunque

John Peel lo aveva definito “unobtrusively brilliant”, indicandone il notevole talento cantautorale.
Non ignoto, dunque, riemerge lo statunitense McCombs grazie al sesto lavoro uscito dal cantiere.

Otto brani di soffice folk in cui gli arrangiamenti vengono intessuti da pianoforte, chitarra, morbida batteria, organetti e dolci campane, il tutto sotto uno strato di liriche sentite e intimiste.

Fin da “County Line” si percepisce un tono non completamente scevro da una visione pessimistica della vita, o comunque assai realista. Titoli quali “The Lonely Doll” e “Buried Alive” contribuiscono a tale quadro d’insieme, nonostante l’architettura armonica tenda a portare luce sui misfatti dell’esistenza umana.

Questo disco è caldamente sconsigliato a chiunque soffra di depressione, dato che la linea guida su cui si fonda non è delle più allegre. Belli i testi poetici, quelli pesi che fanno prendere male nei momenti di desolazione; eppure, ogni traccia si conclude senza lasciare un sapore caratteristico.
Riprovare.

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Contro

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