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Cate Blanchett | Festa del Cinema di Roma 2018

Perché più di mille persone hanno comprato in pochi minuti tutti i biglietti disponibili per l’Incontro Ravvicinato con Cate Blanchett alla Festa del Cinema di Roma? Perché tanti fan, in gran parte molto giovani, venerdì 19 ottobre si sono ammassati di fronte al red carpet per chiedere un autografo, scattare una foto o anche solo per posare gli occhi sull’attrice australiana? Perché amiamo così tanto Cate Blanchett? Perché amiamo così tanto gli attori?

Già, gli attori. Qui siamo tutti appassionati di cinema, certo, e abbiamo tutti i nostri registi del cuore (anche l’Incontro Ravvicinato con Martin Scorsese previsto per lunedì è del resto già sold out), eppure nessun entusiasmo cinefilo è paragonabile alla devozione suscitata dagli attori né all’emozione che si prova quando il nostro attore preferito ci sta davanti in carne, ossa e voce. Il motivo di questa singolarità è talmente evidente, talmente ovvio, che spesso, paradossalmente, si fa fatica a metterlo a fuoco: il regista crea con la macchina da presa, il musicista con gli strumenti, lo scrittore con le parole sulla pagina, ma l’attore non ha altro che se stesso.

Gli occhi che ci hanno guardato oggi dal palco della Sala Sinopoli sono gli stessi con cui Carol guardava Therese; la voce che ha toccato le nostre orecchie è la stessa che si srotolava velocissima e ritmata dalle labbra della Katharine Hepburn reimmaginata da Martin Scorsese; il sorriso è quello che illuminava il viso dell’anticonformista Lucinda e quello ultraterreno dell’elfo Galadriel… Un elenco che potrebbe essere lunghissimo, perché lunga, densa e molto variegata (qui alla Festa presenta un horror per bambini, “Il mistero della casa del tempo” di Eli Roth) è la carriera ventennale di Cate Blanchett, tra scelte rischiose e personaggi già memorabili. Ma ognuno di quei personaggi era fatto – letteralmente, materialmente – da lei, solo da lei, dalla limitatezza del suo corpo.

Ed è esattamente questo che ci tocca così tanto del mestiere d’attore, un mestiere reso possibile da quel poco che abbiamo anche noi, tutti noi: la nostra povera e fragile umanità, chiamata a confrontarsi in ogni momento della vita con ruoli da ricoprire, abiti da vestire, parole da pronunciare, modi comunicativi da inventare. “All the world’s a stage, and all the men and women merely players”: lo scriveva Shakespeare 500 anni fa, e ancora oggi c’è ben poco da aggiungere.

Certo, l’esperienza di recitazione teatrale è diversa da quella cinematografica, tanto per l’attore quanto per lo spettatore: «In teatro sei profondamente consapevole della presenza del pubblico, e il pubblico è parte attiva della performance, che non è mai uguale a quella della sera prima», spiega Cate Blanchett, che sul palcoscenico ha esordito poco più che ventenne (in “Oleanna” di David Mamet, a fianco di Geoffrey Rush) ed è stata, dal 2008 al 2012, direttore artistico della Sydney Theatre Company insieme al marito drammaturgo Andrew Upton.

Anche il grande schermo, d’altra parte, ha per un attore i suoi punti di forza: «Il cinema mi ha resa consapevole della forza delle inquadrature, e in particolare del primo piano, che crea, sia pure in modo diverso rispetto a quanto avviene in teatro, un contatto diretto con gli spettatori».

Ascoltare Cate Blanchett parlare del suo lavoro è un vero piacere, soprattutto perché riesce a tirar fuori, sempre con grande leggerezza e ironia, riflessioni articolate e non banali anche da domande non proprio brillanti. La risposta a «Sei una persona romantica?», che il direttore della Festa Antonio Monda pone in riferimento alla storia d’amore di “Il curioso caso di Benjamin Button“, diventa così un discorso per niente scontato sul significato dell’esistenza umana e del tempo: «Sono rimasta affascinata dai temi affrontati nel film di David Fincher, e ricordo come particolarmente commovente la scena in cui il mio personaggio tiene tra le braccia il suo amato, che ha ormai assunto l’aspetto di un neonato, e lo guarda morire. Mi ha fatto pensare alla maternità e all’atto di mettere al mondo, quel momento in cui ti rendi conto che il bambino a cui hai appena dato la luce un giorno morirà, e morirai anche tu. Come diceva T.S. Eliot, “in the end is my beginning“».

E a proposito di domande poco simpatiche, Cate Blanchett ricorda come «Durante le interviste e gli incontri stampa a cui ho partecipato per “Carol” di Todd Haynes, mi si chiedeva spesso del mio orientamento sessuale, e l’ho trovato sorprendente, perché per altri ruoli non mi è stato chiesto, ad esempio, se fossi davvero una squilibrata, o se, avendo interpretato un elfo, fossi anch’io immortale. La recitazione per me è un esercizio antropologico, significa trovare col personaggio un punto di contatto che abbia valore universale, e non conta la mia esperienza personale, ma appunto solo quella del personaggio». [*]

L’Incontro Ravvicinato condotto da Monda tocca vari punti importanti della filmografia di Cate Blanchett, dalla commedia “Bandits” di Barry Levinson (2001) all’intenso dramma “Diario di uno scandalo” di Richard Eyre (2006) interpretato a fianco di Judi Dench (per la quale Cate ha inevitabili parole di lode), fino al Bob Dylan incarnato nel 2007 per Todd Haynes in “I’m not There” («a fucking crazy idea, non potevo dire di no»).

Inevitabile, infine, parlare dei due film per i quali l’attrice è stata premiata con l’Oscar: “The Aviator” di Martin Scorsese (2004) e “Blue Jasmine” di Woody Allen (2013).

«Ho ricevuto la telefonata di Martin Scorsese mentre ero sul set di “The Missing”— ricorda l’attrice — ed ero così emozionata che non ho capito nulla di quanto mi diceva, né quale sarebbe stato il film che avrei dovuto girare né, tantomeno, il mio personaggio. Quando me ne sono resa conto, ero terrorizzata: sono cresciuta divorando i film con Katharine Hepburn, è stata una figura fondamentale non solo come attrice ma anche perché ha aperto la strada a una diversa e più moderna concezione dell’immagine della donna nell’industria cinematografica».

Riguardo a “Blue Jasmine“, invece, Cate Blanchett spiega che, «come capita spesso con i registi che sono anche sceneggiatori, gran parte della regia di Woody Allen passa attraverso la scrittura. Se il testo buono, molte delle indicazioni utili a un attore si trovano già lì. Per me poi è stata un’esperienza particolarmente ricca perché avevo appena interpretato a teatro “Un tram che si chiama desiderio” di Tennessee Williams diretta da Liv Ullmann, una pièce con cui “Blue Jasmine” ha diversi punti di contatto. Anche se Woody mi diceva di non avermi vista in quello spettacolo, e non ha proprio voluto parlare del “Tram”!».

L’incontro si chiude con la clip di un “film del cuore” scelto dall’attrice: il meraviglioso “La sera della prima” di John Cassavetes («se non l’avete visto, fatelo subito!»), amato da Cate Blanchett in particolare per l’interpretazione «incredibilmente stratificata» di Gena Rowlands, capace di esplorare quello «spazio dell’inconscio che separa il personaggio dall’attore, il ruolo dalla persona, e ancora la percezione della persona dalla percezione che si ha del personaggio come essere umano. “La sera della prima” mette in scena l’identità in frantumi di una persona che è anche un’attrice, e per me è sempre stato una grandissima fonte di ispirazione».
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[*] La riflessione di Cate Blanchett era una risposta alla domanda «esiste una difficoltà per una persona eterosessuale nell’interpretare una persona omosessuale?» posta da Antonio Monda. The Hollywood Reporter, e a seguire numerose altre testate, ha riportato le sue parole riferendole invece alla mancanza di opportunità per gli attori LGBTQ (“Cate Blanchett Defends Straight Actors Playing Gay Characters”): una questione giustamente molto sentita, soprattutto nell’industria hollywoodiana, ma che non è stata minimamente sfiorata durante l’Incontro Ravvicinato alla Festa del Cinema.

 

 
Foto: Ilaria Piccolo

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